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Oltre SabirFest 2018: correre contro il tempo

Archivio recuperato. Date, età, incarichi e annunci si riferiscono alla pubblicazione originale, non a un aggiornamento attuale.

SabirFest 2018 ha chiuso i battenti il 7 ottobre, soltanto pochi giorni fa, eppure sembra già passato un secolo. Un gruppo di attivisti della regione mediterranea, noto come Maydan, vi è stato ospitato negli ultimi cinque anni per tenere dialoghi e dibattiti sulle sfide della regione, con particolare attenzione allo stato della democrazia, alle libertà e ai diritti, al dialogo interculturale, alla solidarietà internazionale, alla transizione ecologica e alla mobilità umana. La collocazione dei dialoghi Maydan a SabirFest non era casuale. Il festival si svolge in tre città lungo lo stretto tra Calabria e Sicilia, Messina, Reggio Calabria e Catania: un luogo scelto per il suo valore simbolico, il punto in cui si incontrano le due sponde e, con esse, il Nord e il Sud del Mediterraneo.

È anche uno stretto lembo di frontiera attraverso il quale i migranti continuano a tentare di raggiungere l’Europa, nonostante i porti italiani siano chiusi alle navi di soccorso. Dico che sembra passato un secolo perché la cronaca quotidiana corre più veloce di qualsiasi iniziativa per il Mediterraneo come destino comune. Le nostre iniziative sembrano inevitabilmente infrangersi sugli scogli di nuovi decreti governativi che incriminano i migranti e tagliano i fondi per l’accoglienza, e di interventi giudiziari che restringono lo spazio della solidarietà. Due giorni prima dell’apertura di SabirFest, il sindaco di Riace è stato posto agli arresti domiciliari, accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di irregolarità nel servizio di raccolta dei rifiuti. Il 13 ottobre il Ministero dell’Interno ha ordinato il trasferimento di tutti i richiedenti asilo ospitati nelle strutture di accoglienza del comune. Fino a poche settimane fa Riace era un simbolo mondiale di buone pratiche nell’integrazione dei migranti e nella rigenerazione di antichi paesi avviati verso un invecchiamento apparentemente irreversibile. Molti paesi calabresi come Riace erano stati abbandonati dagli abitanti, fuggiti dalla miseria dopo la Seconda guerra mondiale. Con l’arrivo dei migranti la storia aveva finalmente preso un’altra direzione. Riace veniva celebrata come uno straordinario laboratorio di innovazione sociale, capace di offrire una nuova rinascita all’umanità. Questo fino all’insediamento di un nuovo governo in Italia e alla crociata della Lega Nord contro gli immigrati e le politiche migratorie. Così, mentre SabirFest proiettava Il volo, il film di Wim Wenders sulla storia di Riace, il Ministero dell’Interno preparava la chiusura di tutte le strutture per migranti del paese. Mentre gli operatori della solidarietà si incontravano a Messina, Catania e Reggio per discutere di buone pratiche e sfide, a Lodi, in Lombardia, i figli dei migranti venivano esclusi dalle mense delle scuole pubbliche: la sindaca leghista aveva introdotto regole che rendevano praticamente impossibile per i rifugiati accedere alle agevolazioni per le famiglie a basso reddito. In pochi giorni, molti bambini immigrati furono costretti per ragioni economiche a rinunciare alla mensa e a mangiare un panino portato da casa, soli in un angolo della scuola e lontani dagli altri bambini (1). Soltanto una raccolta fondi volontaria, promossa da cittadini indignati, ha consentito loro di tornare in mensa il 16 ottobre.

I miei amici calabresi confermano che il sindaco di Riace potrebbe aver commesso irregolarità amministrative; in effetti, erano già state effettuate ispezioni e presentate al consiglio comunale richieste di revisione delle spese e delle prassi contabili. Aggiungono però che non ha mai agito per tornaconto personale o interesse di lucro: ha cercato invece di utilizzare con flessibilità leggi e risorse per risolvere drammi umani e dare un futuro a un paese morente. Si ripresenta il dilemma tra umanità e legalità, tra Stato di diritto e imperativo della giustizia umana.

SabirFest ha accolto questo dilemma nel programma: l’edizione 2018 si intitolava «Riparare l’umano». Il lavoro sul campo è però difficile; gli sforzi per cambiare le mentalità e aprire le società sono immensi, mentre i frutti sembrano maturare soltanto dopo che abbiamo perso la speranza. I tempi mostrano una crescente ostilità verso gli stranieri, la legittimazione dei discorsi d’odio e delle misure discriminatorie, l’accettazione di restrizioni delle libertà e dei diritti e il diffondersi nell’opinione pubblica di reazioni disinvolte del tipo «e allora?». Non ho fatto in tempo a finire questo articolo prima che stamattina mi raggiungesse un’altra notizia: la decisione della prefetta di Firenze, autorità del Ministero dell’Interno, di imporre una sorta di coprifuoco ai richiedenti asilo ospitati nelle strutture locali, obbligandoli a rientrare entro le 20. Lo stesso provvedimento stabilisce che i pacchi ricevuti per posta siano aperti davanti agli operatori, per evitare che contengano «acquisti sproporzionati rispetto alla condizione socioeconomica dichiarata» (2). L’aspetto sconcertante è che la prefetta, come ha dichiarato alla stampa, non aveva ricevuto precedenti istruzioni dal Ministero, e che una misura decisa localmente colpisce proprio una città tradizionalmente progressista e aperta agli altri. Mentre le autorità ostentano la loro ostinazione a buon mercato contro i migranti in nome della legalità, l’evasione fiscale in Italia raggiunge livelli record: fino a 38,5 miliardi di euro di divario fiscale, cioè entrate perse dallo Stato nel 2017, senza che nessuno sembri contrastare seriamente gli evasori (3). Che fare davanti a queste rappresentazioni distorte della realtà e a politiche del capro espiatorio che colpiscono i più deboli in tanti paesi? Che fare di fronte a nuove forme di repressione politica e schiavitù economica, che producono divisioni sociali e ordinano le persone in categorie di cittadinanza di serie A e di serie B?

Fino a che punto, e per quanto tempo, l’azione culturale può opporsi ai discorsi d’odio contro i migranti, alle nuove discriminazioni e alla criminalizzazione della solidarietà? Una creatura come SabirFest è ancora efficace e necessaria? Tutte le energie spese per sensibilizzare, stimolare il dibattito ed educare sono una perdita di tempo, uno sforzo strategicamente irrilevante?

Nonostante i limiti organizzativi, la mancanza di consistenti fondi pubblici e il disinteresse di due delle tre amministrazioni coinvolte, SabirFest 2018 ha raggiunto quasi 120 eventi e riunito 240 ospiti di oltre venti paesi, almeno un quinto dei quali non italiani. Ma quando si guarda ciò che accade intorno, in Italia o in Siria, in Egitto o in Bosnia-Erzegovina, in Austria o in Turchia, o persino nelle città del festival, dove alle comunali della scorsa primavera gli elettori hanno premiato coalizioni conservatrici o di destra, ci si chiede se si stia facendo la cosa giusta in questo preciso momento.

Non ho una risposta. Ho investito personalmente in questa esperienza che connette e intreccia cultura e cittadinanza in una prospettiva mediterranea per almeno gli ultimi cinque anni. Ogni anno le cose intorno a noi sembrano peggiorare. Sono convinto che una delle ragioni dell’arretramento del pensiero progressista e dell’attivismo solidale siano le evidenti divisioni che attraversano i gruppi e i movimenti di quell’area sociale e politica, come se soltanto il nazionalismo, l’odio o l’egoismo unissero voci e interessi diversi. Un’altra ragione è l’assenza di una visione politica per l’Europa e il Mediterraneo: un vuoto colmato da paure e barriere. Oggi entrambi, due realtà vicine per paesi come l’Italia, sono percepiti come minacce o addirittura nemici, in una spirale di tentazioni isolazioniste che favorisce soltanto l’autoritarismo interno e le potenze geopolitiche che lo promuovono nel mondo. Era parte del lavoro immaginato dagli attivisti riuniti a SabirFest e ha ispirato il nostro «Manifesto per la cittadinanza mediterranea», che difende un orizzonte alternativo e positivo in cui Europa e Mediterraneo si incontrano e si integrano.

Come cofondatore di SabirFest, mi sono unito a un gruppo di persone che cerca di immaginare altri modi, altre strade. È il gruppo che ha fondato Maydan. Abbiamo molte idee sul tavolo. Una è lanciare campagne transmediterranee su temi di interesse comune, concepite e strutturate contemporaneamente sulle due sponde, incentrate su questioni sensibili come la libertà di espressione e il diritto alla mobilità. Un’altra è promuovere strumenti radiofonici o audiovisivi online transmediterranei per offrire una narrazione diversa, utilizzando le risorse del giornalismo radiofonico partecipativo e comunitario e producendo reportage politici, sociali e culturali in più lingue. Un’altra ancora è realizzare strumenti come un portale di domanda e offerta di lavoro, per promuovere opportunità professionali nell’impegno civico, nel dialogo interculturale e nell’economia sociale e solidale, rivolte ai giovani delle due sponde. Come vedete, il problema è duplice: risorse e impatto. Certo, soffriamo di carenze finanziarie. Ma la situazione cambierebbe se avessimo il denaro? Riusciremmo a incidere sulle nostre società?

Eppure SabirFest è stato una straordinaria «serra» piena di menti brillanti, opere creative e speranze politiche. Vi si poteva dialogare con il regista israeliano Avi Mograbi, considerato il Michael Moore mediorientale; ascoltare la coreografa egiziana Nora Amin, ideatrice del Teatro per il cambiamento; parlare con l’albanese Besnik Mustafaj, romanziere e figura ispiratrice della democratizzazione del suo paese. Oppure discutere di mobilità e Fortezza Europa con il giornalista italiano Gabriele del Grande; guardare il lavoro artistico sulle rotte dei migranti del fotografo spagnolo Juan del Gado; confrontarsi con Samer Aldeyaei, direttore dell’Associazione degli avvocati siriani liberi, che documenta i crimini di guerra e le violazioni dei diritti di proprietà in Siria. Si poteva parlare delle sfide dell’accoglienza nelle città di frontiera con il portavoce del comune di Chio, Christos Spiliopoulos; assorbire l’energia positiva della libanese Mona elHallak, fondatrice del movimento civico Beirut Madinaty; interrogarsi sulle spinte nazionaliste dell’Europa orientale con l’attivista polacco Jan Horzela; comprendere quanto siano ancora vive le ferite dei conflitti passati con lo scrittore algerino Samir Toumi. Solo per citarne alcuni. L’idea di uno spazio in cui cultura e cittadinanza attiva si incontrano e riflettono è vincente, ma non raggiunge le masse: dobbiamo dunque andare oltre.

SabirFest può continuare, deve continuare e moltiplicarsi: è ciò che abbiamo cercato di fare con l’idea dei Sabir Off, uno dei quali realizzato con Cantiere Giovani nella periferia napoletana, in un territorio dove la camorra impone le proprie regole. Dobbiamo però spostare l’attenzione, investire di più nel rischio e nel coinvolgimento delle persone comuni. Dobbiamo cambiare nelle strade la narrazione del Mediterraneo. Forse è irrealistico, ma non possiamo continuare a fare gli attivisti come finora. Non ho risposte chiare: è un invito aperto a spremere le meningi e a procedere per tentativi ed errori. Mi viene un’idea. L’attivismo civico è un campo da esplorare attraverso esperimenti di elaborazione partecipata delle strategie e di organizzazione collettiva. In questa fase è difficile immaginare come procedere nel tempo e nello spazio. L’idea di fondo è riunire cittadini già impegnati e principianti inesperti delle due sponde in un percorso articolato, come se formassero un «governo ombra» mediterraneo che elabori teoria, narrazione e orientamenti politici, rafforzi l’azione coordinata attraverso scambio e sostegno reciproco e si rivolga al pubblico con storie che incarnino un’altra visione del Mediterraneo e denuncino ciò che la contraddice. Mi sembra che non si tratti di essere autenticamente di sinistra, o almeno non più soltanto di questo. Quando l’umanesimo è in pericolo, abbiamo oltrepassato di molto i confini dei valori conservatori o liberali e stiamo scivolando in qualcosa di nuovo e oscuro. Aiutateci a capire come invertire la rotta.


1 Un provvedimento della sindaca leghista di Lodi, Casanova, impedisce ai figli delle famiglie straniere a basso reddito di accedere alle tariffe agevolate dei servizi scolastici. Il caso nasce nell’estate 2017, quando la sindaca firma una delibera che modifica i requisiti per le agevolazioni della mensa e dello scuolabus. La norma impone ai genitori nati fuori dall’UE di presentare documenti aggiuntivi, rilasciati nei paesi d’origine, per certificare la povertà: documenti spesso difficili o impossibili da ottenere. Sono state così accolte soltanto 5 delle circa 300 domande di agevolazione presentate da famiglie straniere. Il gruppo di volontari Uguali Doveri ha raccolto 60.000 euro da privati cittadini in pochi giorni, consentendo ai bambini di accedere finalmente ai servizi il 16 ottobre e almeno fino a fine anno. Nel frattempo è stato presentato un ricorso alla giustizia italiana per pratiche discriminatorie. Fonti: ansa.it; agi.it.

2 Regolamento emanato il 15 ottobre 2018 dalla prefetta Laura Lega.

3 Fonte: Senato della Repubblica, Ufficio Valutazione Impatto, «Under reporting. Evadere informazioni sui redditi è indice di evasione fiscale?», gennaio 2018.

Gianluca Solera

Firenze, 18 ottobre 2018.