Archivio recuperato. Date, età, incarichi e annunci si riferiscono alla pubblicazione originale, non a un aggiornamento attuale.
Questo contributo di Lisa Ariemma, copresidente di Maydan, ci ricorda che nel Mediterraneo e oltre continuano le lotte per i diritti e l’uguaglianza, e che ci sono persone coraggiosamente in prima linea per questi valori. Maydan lo dedica ai difensori dei diritti umani che continuano a lottare o che, purtroppo, ne hanno pagato il prezzo.
Una delle tante difficoltà durante la pandemia di Covid-19 è restare informati su tutti gli altri avvenimenti del mondo, continuare a seguire le questioni che ci stanno a cuore e ricordare le persone impegnate in lotte importanti. In Italia e altrove siamo tutti costretti a rinunciare temporaneamente a molti diritti democratici: alla libertà di movimento — al momento, nella mia regione, il Piemonte, non possiamo uscire dal nostro comune senza una giustificazione; al diritto all’istruzione — troppi giovani non hanno strumenti tecnologici adeguati per la didattica a distanza, non riescono a concentrarsi per sei ore davanti a uno schermo e talvolta non dispongono di sostegno psicologico; all’accesso alle cure — le persone muoiono perché hanno paura di andare in ospedale o non riescono a ricevere trattamenti o a effettuare esami importanti. La pandemia ci ha mostrato quanto siamo interconnessi: come il cambiamento climatico, i virus non si fermano al confine. Ma ha anche mostrato quanto siano diseguali le nostre capacità di rispondere ai bisogni sanitari, continuare a istruire i giovani, proteggere i cittadini più fragili e aiutare economicamente chi soffre di più per le varie politiche adottate per fermare il contagio.
Un’altra conseguenza è che siamo talmente concentrati sul non ammalarci, pagare le bollette, mantenere l’equilibrio mentale e aspettare che il vaccino sia accessibile, da avere poche energie per il resto. Ultimamente penso a tre persone a me legate e temo che le loro lotte e i loro sacrifici siano passati in secondo piano: Esraa Abdel Fattah, giornalista egiziana e difensora dei diritti umani; Abdallah Abu Rahma, cofondatore del movimento di resistenza di Bilin e membro della Commissione di resistenza alla colonizzazione e al muro dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina; e Dana Lauriola, operatrice sociale e componente del movimento italiano No TAV, contrario al treno ad alta velocità [1].
Il filo che ci unisce è il nostro attivismo. Ho incontrato Esraa e Abdallah alla conferenza IndignaCtion [2], organizzata dalla Fondazione Anna Lindh a Lussemburgo nel settembre 2012. Non ricordo esattamente come io ed Esraa siamo entrate in contatto in quell’occasione, ma siamo diventate amiche. Abbiamo poi avuto il piacere di approfondire l’amicizia trascorrendo ancora del tempo insieme in Sicilia, durante un’edizione di SabirFest [3], la celebrazione culturale del Mediterraneo. Ricordo soprattutto una lunga passeggiata pomeridiana su una spiaggia di Messina, raccogliendo frammenti di piastrelle colorate levigati dal mare. È minuta, modesta e piuttosto timida per essere una persona candidata al Nobel per la pace come cofondatrice del Movimento giovanile 6 aprile, diventato una forza trainante delle proteste di piazza del 2011 durante la primavera araba egiziana.
Da sinistra: l’avvocato libico per i diritti umani Abdulhafid Sidoun, Esraa Abdel Fattah e Lisa Ariemma a IndignaCtion.
Ricordo invece molto bene come io e Abdallah ci siamo conosciuti quel settembre a Lussemburgo. Avevo appena presentato il movimento No TAV della Val di Susa, dove vivo, concludendo con un video [4] che mostrava la brutalità di poliziotti e militari italiani durante lo sgombero degli attivisti che occupavano un terreno per fermare la costruzione di un tunnel di 57 chilometri attraverso le Alpi, parte di un progetto ferroviario merci ad alta velocità. Dopo il video mi si è avvicinato, mi ha teso la mano e ha detto: «Siamo uguali». Ho avuto il piacere di trascorrere del tempo con lui in altre due occasioni: una volta come attivista No TAV in Cisgiordania e un’altra ospitandolo nella mia valle. Quando l’ho portato al cantiere TAV, occupato militarmente dal giugno 2011, si è sentito a casa vedendo sulle recinzioni il filo spinato di tipo israeliano e, lungo i sentieri di montagna, gli stessi candelotti vuoti di gas lacrimogeno usati contro i palestinesi in Cisgiordania.
Che io abbia o meno incrociato Dana a una manifestazione o a un’assemblea, è un’attivista No TAV e quindi la sua vicenda è quella di tutti coloro che, come me, si battono contro grandi opere inutili e imposte: antidemocratiche nella progettazione e inutili nella realizzazione. Come Esraa e Abdallah, è anche vittima di una discriminazione sistemica e di una giustizia ingiusta.
Perché penso a questi attivisti?
Esraa Abdel Fattah è stata rapita da agenti in borghese, detenuta arbitrariamente e torturata il 12 ottobre 2019. Dopo l’arresto è stata minacciata e picchiata perché si rifiutava di fornire la password del cellulare. La sua felpa è stata poi usata per strangolarla, mentre le veniva detto: «La tua vita in cambio del telefono». Alla fine ha rivelato il codice ed è stata costretta a restare in piedi, ammanettata, per otto ore, sotto la minaccia di ulteriori torture se avesse denunciato l’accaduto [5]. Già vittima di una campagna diffamatoria che la accusava di essere una traditrice e un’agente straniera [6], poco dopo l’arresto ha subito una campagna di diffamazione a sfondo sessuale, quando un quotidiano di proprietà statale l’ha accusata di avere una relazione con un collega [7].
Esraa è stata posta in detenzione preventiva, della durata di 15 giorni, e il 13 ottobre 2019 ha iniziato uno sciopero della fame, ripetuto a intervalli durante la reclusione. In Egitto questa forma di detenzione di breve durata può essere protratta fino a due anni. Il suo fermo è stato rinnovato ogni 15 giorni, mese dopo mese. Nel maggio dell’anno scorso, la Procura suprema per la sicurezza dello Stato egiziana ha avviato il procedimento «855/2020», un’indagine su presunti reati di terrorismo usata per detenere e mettere a tacere i difensori dei diritti umani. Il 31 agosto Esraa è stata accusata di «adesione a un’organizzazione terroristica» mentre si trovava in carcere [8]. Il suo è uno dei 15 casi esaminati nel rapporto 2020 sulla protezione dei giornalisti a rischio, pubblicato di recente, Report on Providing Safe Refuge to Journalists at Risk [9]. Non sono disponibili notizie recenti sulle sue condizioni.
Lo scorso novembre ho ricevuto su Messenger una serie di fotografie [10] e video da Abdallah Abu Rahma. Stava protestando pacificamente con attivisti locali a Kufer Malek, tra Ramallah e la Valle del Giordano, in Cisgiordania, contro lo sgombero di residenti palestinesi per costruire un nuovo insediamento israeliano su quella che, secondo il diritto internazionale, è terra palestinese. In uno dei video che mi ha inviato si sente un soldato dire: «Digli che, se non si sposta, gli sparerai», e poi: «Sparagli! Sparagli!». E così hanno fatto, da distanza ravvicinata, con una nuova generazione di proiettili «non letali», chiamati «proiettili di spugna».
Abdallah Abu Rahma, secondo da destra.
Le ferite causate dal proiettile.
Ufficialmente in uso dal gennaio 2015, hanno una forma simile a una capsula, una base di plastica dura e una punta arrotondata rivestita di schiuma nera rigida; sono lunghi circa sei centimetri e larghi tre. Negli ultimi cinque anni hanno causato gravi lesioni, tra cui danni cerebrali e perdita di un occhio [11]. Fortunatamente, dopo una visita in ospedale, Abdallah è potuto tornare a casa. Ma continua la sua battaglia contro l’occupazione illegale dei Territori palestinesi, così come continuano i rischi fisici e giudiziari che corre ogni volta che difende una terra legalmente spettante al popolo palestinese.
Non occorre però andare in Medio Oriente per trovarsi davanti a rischi giudiziari. Una mattina presto dello scorso settembre, Dana Lauriola è stata arrestata nella sua casa di Bussoleno e portata in custodia a Torino. È stata accusata di violenza e interruzione aggravata di un pubblico servizio. Il 3 marzo 2012 Dana era una degli oltre cento attivisti che protestavano pacificamente contro la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità TAV. Era un periodo particolarmente teso, dopo che l’attivista Luca Abbà aveva rischiato di morire cadendo da un traliccio elettrico sul quale era stato inseguito dalla polizia [12]. Ai caselli autostradali di Avigliana, un gruppo di dieci attivisti aveva lasciato passare le auto senza pagare, mentre altri esponevano cartelli e sventolavano la caratteristica bandiera No TAV. Con un megafono, Dana aveva spiegato agli automobilisti i motivi del blocco, incoraggiandoli a proseguire senza pagare. La protesta era durata circa venti minuti [13].
«Un’arma di educazione di massa si traduce in due anni di carcere»: su un muro a Torino.
Secondo la legge italiana, l’accusa più grave, quella di violenza, prevede una pena minima di 15 giorni. La legge consente anche pene condizionali se la persona accusata non costituisce un rischio per la collettività. Come operatrice sociale che aiuta le persone senza dimora a reinserirsi nella società, avrebbe potuto essere affidata in prova e continuare a lavorare. Invece, nonostante i 777 euro di mancati introiti stimati durante la protesta siano stati rimborsati alla società privata che gestisce l’autostrada a pedaggio, sta scontando due anni nel carcere torinese delle Vallette. Il quotidiano torinese La Stampa ha riferito la decisione con le parole «persona violenta» nel titolo [14]. Tra le ragioni citate nella decisione del tribunale figuravano i suoi ideali politici, in quanto fervente attivista No TAV, e la sua residenza, troppo vicina al cantiere ferroviario [15].
La sezione italiana di Amnesty International ha condannato la decisione: «Esprimere pacificamente il proprio dissenso non può essere punito con il carcere. L’arresto di Dana è emblematico di un clima che criminalizza il diritto alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica, garantito dalla Costituzione e da diversi strumenti internazionali» [16]. Il 29 ottobre è stata respinta una richiesta di sospensione della decisione del tribunale. La sua indisponibilità a pentirsi è stata citata tra i motivi [17]. Da allora la sua situazione non è cambiata e resta in una cella italiana.
Ci sono connessioni importanti tra le storie di questi tre attivisti e ciò che la pandemia ci ha mostrato: quanto rapidamente può cambiare la vita, quanto velocemente possano essere sospesi diritti inalienabili, ma anche quanto siamo tutti interconnessi. Di recente ho partecipato a un forum online, «Celebrating Our Diversity» [18], tra i cui organizzatori figuravano alcune reti della Fondazione Anna Lindh. Eravamo oltre cinquanta partecipanti — attivisti, operatori sociali, accademici e artisti — nell’arco di due mattinate. Naturalmente la pandemia e i suoi effetti erano un tema centrale, insieme a come immaginavamo collettivamente l’epoca successiva. Devo dire che è stato molto meglio di quanto mi aspettassi. Abbiamo avuto sessioni plenarie e lavori di gruppo in stanze virtuali, scrivendo i nostri pensieri su «jamboard» collettive. Il tempo è volato ed è stata certamente un’esperienza preziosa. Un’alternativa realizzata molto bene in tempi difficili.
Non poteva però essere paragonata alle mie esperienze a IndignaCtion, a SabirFest o agli altri incontri a cui ho partecipato negli anni. Né poteva eguagliare le interazioni con attivisti palestinesi e israeliani a Bilin, o alle decine di manifestazioni a cui ho preso parte con il movimento No TAV in Val di Susa. Il contatto personale, guardarsi negli occhi, condividere un caffè o un pasto, confrontarsi a tu per tu su un tema specifico: tutto questo è impossibile in una conferenza virtuale, e la nostra essenza e la nostra passione non possono mai esprimersi come di persona. Abdallah non avrebbe mai potuto stringermi la mano e difficilmente sarebbero nate amicizie durature.
In italiano esiste l’espressione «arrangiarsi», che in senso ampio significa inventarsi modi per cavarsela in circostanze difficili. È ciò che stiamo facendo su tanti piani: ce la caviamo, facciamo del nostro meglio, inventiamo modi nuovi di fare le cose che funzionino nel contesto della pandemia. Ma se parliamo di cultura, di costruire reti e relazioni, non basta. La cultura va vissuta e condivisa. Le relazioni richiedono esperienze tangibili insieme, così come la comprensione reciproca. Possiamo cercare di metterci nei panni degli altri, guidati dalla compassione o dall’empatia, ma non è la stessa cosa che vivere fisicamente momenti collettivi. Lo stesso vale per la fiducia. La fiducia si costruisce esperienza dopo esperienza. È fatta di sfumature. È linguaggio del corpo e scelta delle parole. È un tono di voce che si riflette nell’espressione del viso. C’è un limite a quanto possiamo coglierne da un piccolo volto racchiuso in un quadrato, a centinaia o migliaia di chilometri di distanza. La distanza a cui oggi dobbiamo necessariamente adattarci deve restare soltanto temporanea.
Certo, in questo momento storico essere connessi grazie alla tecnologia ci ha permesso di «arrangiarci» come lavoratori e studenti, attivisti e decisori. Ma non può essere una soluzione di lungo periodo. La separazione che viviamo non deve renderci incapaci di tornare alle precedenti esperienze di contatto umano, né portarci a negarne il valore. Non deve neppure distrarci dalle lotte per la giustizia, la democrazia e i diritti umani in tutto il mondo. Ecco perché penso tanto a Esraa, Abdallah e Dana. Durante e dopo questa pandemia, non dobbiamo permetterci di adagiarci rispetto alle tante questioni che abbiamo imparato di recente, e tanto tragicamente, a riconoscere come legami più forti di quanto avessimo mai immaginato.
Lisa Ariemma
Note
- http://www.presidioeuropa.net/blog/tav-movement/
- https://euroalter.com/it/two-shores-one-struggle-indignaction-forum/
- http://www.sabirfest.it/images/documenti/SabirFest_2014-programma.pdf
- https://www.youtube.com/watch?v=jM-wOQDhSU4
- https://maydan.zahosts.com/it/esraa-sequestrata-e-torturata/
- https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/esraa-abdel-fattah-how-facebook-girl-who-started-egypt-s-revolution-became-hated-her-own-country-a6832686.html
- https://www.frontlinedefenders.org/EN/STATEMENT-REPORT/WOMEN-HUMAN-RIGHTS-DEFENDERS-EGYPT-CONTINUE-SUFFER-JUDICIAL-HARASSMENT-REPRISALS
- https://womeninjournalism.org/cfwij-press-statements/egypt-new-charges-pressed-against-solafa-magdy-and-esraa-abdel-fattah-along-with-renewal-of-arbitrary-detention — https://www.amnesty.org/EN/DOCUMENTS/MDE12/3095/2020/EN/
- https://www.ibanet.org/Safe-Refuge-report-launch-2020.aspx
- https://www.activestills.org/image/45895/
- https://www.thenationalnews.com/world/israel-s-non-lethal-sponge-tipped-bullets-cause-serious-harm-to-palestinians-1.220453
- https://www.youtube.com/watch?v=N7z82WeGPEM
- https://www.youtube.com/watch?v=eCyvLnXdYVI
- https://www.lastampa.it/torino/2020/09/18/news/due-anni-di-carcere-all-attivista-no-tav-persona-violenta-1.39318616
- https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/
- https://www.amnesty.it/arresto-di-dana-lauriola-esprimere-dissenso-pacificamente-non-puo-essere-punito-con-il-carcere/
- https://www.ilriformista.it/dana-lauriola-non-si-e-pentita-la-no-tav-deve-restare-in-carcere-171400/
- http://www.annalindhfinland.fi/en/online-event-celebrating-our-diversity-forum-2020/
