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Ali Naser descrive le molteplici punizioni subite durante la pandemia dagli abitanti di paesi come Siria e Yemen: ulteriori restrizioni delle libertà civili, scarsa trasparenza delle autorità sanitarie, lotta per il cibo e un reddito minimo, oltre a una guerra interminabile con le sue regole e sorprese. Uno sguardo sulla crisi del coronavirus assente dalla nostra prospettiva occidentale.

Nonostante le ipotesi sulla natura del coronavirus e sulla sua origine artificiale o naturale, l’unico dato certo finora è che è comparso e si è sviluppato nella città cinese di Wuhan. Da lì ha viaggiato, o è stato esportato, nel mondo. Nessuno lo sa se non i cinesi, ancora sulla difensiva davanti alle accuse e provocazioni americane, che a loro volta non offrono prove definitive della responsabilità cinese. La pandemia ha attraversato il pianeta, rivelando la debolezza dei sistemi sanitari dei paesi più potenti nell’affrontarla.
Ricercatori e analisti hanno affermato che gli studiosi delle catastrofi non sono riusciti a prevedere l’imprevedibile, e ciò non è lontano dalla verità.
Eppure negli ultimi decenni il cinema americano e internazionale ha prodotto molti film su virus o guerre biologiche che colpiscono il mondo. Sul grande schermo abbiamo visto confusione, crollo dei governi, caos e perdita di controllo. Numerosi scienziati e personalità importanti avevano inoltre avvertito che la prossima guerra non sarebbe stata convenzionale, ma biologica, combattuta attraverso i virus. Questa pandemia non si è svolta esattamente come nei film. Tuttavia, nonostante la debolezza della risposta mondiale, non era al di fuori delle previsioni: scienziati e responsabili hanno piuttosto sbagliato a valutare la distanza da quegli scenari.
Pur con risposte di diversa efficacia, i paesi poveri e quelli colpiti da guerre e conflitti restano l’anello più debole, soprattutto quando sono governati da dittature e regimi repressivi. La sicurezza della popolazione non è la loro priorità: la maggior parte della spesa va agli apparati di sicurezza e al sistema di potere.
In Iran, malgrado l’ampia diffusione del virus nelle città, le misure preventive sono state rinviate alla conclusione delle elezioni parlamentari, contribuendo notevolmente all’aumento dei contagi. Anche i dati su infezioni e morti sono imprecisi a causa della stretta securitaria che impedisce un’informazione accurata.
Nella Cina governata dal Partito comunista, chi ha parlato del virus e del numero dei contagi fuori dai canali ufficiali è stato arrestato e fatto sparire. I paesi occidentali, pur deboli e disorientati, restano più trasparenti nella gestione della catastrofe. Il mondo ha visto immagini durissime delle conseguenze del virus, parole commoventi di molti leader e il pianto del presidente del Consiglio italiano durante un discorso. Intanto il presidente siriano Bashar al-Assad festeggia il compleanno della moglie regalandole un quadro acquistato per trenta milioni di dollari, mentre i siriani muoiono di fame nelle città, nei villaggi e nei campi e soffrono sotto il peso di una guerra che non risparmia nulla.
Molti paesi hanno chiuso frontiere e accessi terrestri e aerei per precauzione; il governo siriano non ha chiuso nemmeno i propri confini, già liberamente attraversati.
Le campagne di distanziamento sociale e solidarietà hanno avuto grande successo nel rallentare il virus in Europa e nei paesi sviluppati, ma sono fallite nei paesi poveri. Nei primi, le persone possono restare a casa per settimane perché possono acquistare i beni disponibili; nei paesi poveri e in guerra non dispongono neppure del cibo quotidiano.
Le dittature ricorrono così agli stati d’emergenza, stretti compagni dei regimi repressivi, imponendo le restrizioni ai cittadini indigenti con brutalità eccessiva. I regimi che governano paesi minacciati da rivolte contro il potere e il peggioramento delle condizioni di vita possono trovare un’occasione d’oro per imporre l’emergenza. Impediscono rivoluzioni, scioperi e disobbedienza civile, offrendo al governante una tregua per riorganizzarsi e inventare altri modi di restare su un trono eterno, da lasciare in eredità ai figli.
Per questo le popolazioni dei paesi poveri, soprattutto di quelli in guerra come Siria, Yemen e Libia, danno poco peso alle dimensioni della pandemia. Hanno conosciuto modi di morire più letali, feroci e crudeli, tanto che la morte per il virus può apparire una morte pietosa. Lottano per vivere e sopravvivere a una guerra davanti alla quale la maggioranza degli Stati è rimasta spettatrice o ha partecipato con i propri equilibri politici e ideologici. Si vive senza gli elementi essenziali: elettricità, cibo e persino acqua sufficiente, oltre all’ignoranza diffusa, alle scuole chiuse, agli ospedali e alle strutture sanitarie colpiti e all’assenza di strumenti diagnostici.
Sanità e istruzione sono diventate questioni dimenticate: chi ha fame pensa soltanto al cibo del giorno e alla propria salvezza.
Infine sentiamo molto parlare di un nuovo ordine mondiale: il dopo-coronavirus diverso dal prima, la luce americana che si affievolisce, segnali di crollo dell’Unione europea, il gigante cinese che avanza per assumere un ruolo centrale e nuove potenze che emergono. Le ipotesi abbondano, ma siamo ancora nell’occhio del ciclone e nulla è cambiato. Basta guardare la realtà nel suo insieme, anziché singole parti: finché l’America attacca la Cina e questa resta sulla difensiva, l’ordine mondiale non cambia e rimarrà tale nel futuro prevedibile. Un solo cambiamento: più persone affamate nel mondo.
Ali Naser
29 maggio 2020
Scopri la biografia di Ali qui.
(Fotografia di al-Dana, Idlib, di Ali Naser.)
