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Il 19 aprile è scoppiato un incendio nel campo profughi di Vial, a Chios, dove attualmente vivono oltre 5.000 persone in uno spazio destinato soltanto a circa 1.000.
È morta una donna irachena di 47 anni. Sebbene il suo test per il Covid-19 fosse negativo, si è diffusa la voce che fosse deceduta a causa del virus. Ne è nata una protesta degenerata in un incendio che ha devastato il campo, lasciando senza riparo fino a centinaia di persone.
Dall’inizio della pandemia cresce il timore che la diffusione del virus nei campi profughi sovraffollati possa provocare una catastrofe umanitaria e sanitaria.
Nel campo di Ritsona sono già risultati positivi 23 rifugiati, pur senza sintomi, e il campo è stato posto in quarantena per 14 giorni. Aumentano le preoccupazioni del governo greco, dei rifugiati e degli abitanti locali, perché i campi sono estremamente sovraffollati. Moria ospita 20.000 persone, ma era stato progettato per 3.000. C’è un solo rubinetto ogni 1.000 persone e un bagno per centinaia di persone! Il distanziamento sociale, quindi, non è praticabile.
Anche se si pensasse di applicare il principio dell’immunità di gregge, come lo si potrebbe fare con persone dal sistema immunitario così indebolito?
Cinquemila medici di tutta Europa sostengono #SOSMoria, un’iniziativa di due medici olandesi di Medici Senza Frontiere, che chiede l’evacuazione del centro e il trasferimento dei rifugiati in case e alberghi vuoti.
Il 13 aprile il ministero greco della Migrazione ha annunciato il trasferimento dalle isole alla terraferma di 2.000 richiedenti asilo vulnerabili, a causa della pandemia. È stato avviato un nuovo programma dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni con l’UNHCR, chiamato «Rimpatri volontari» — sostanzialmente espulsioni sovvenzionate — con un aumento del contributo dell’UE fino a 2.000 euro a persona, cinque volte la somma normalmente offerta in precedenza ai migranti per aiutarli a ricostruire la propria vita nel paese d’origine. È il programma annunciato dalla commissaria europea Johansson durante la visita in Grecia di metà marzo e che il viceministro George Koumoutsakos si è impegnato ad attuare. L’offerta durerà un mese, perché la Commissione europea teme che un programma senza scadenza possa attirare altri migranti in Europa. Anche se non riguarderà i rifugiati senza casa, basterà a convincere i cosiddetti «migranti economici» a tornare nelle loro regioni impoverite o in paesi devastati dalla guerra, come Afghanistan e Siria?
I rifugiati saranno le anime perdute della pandemia: la loro situazione era già catastrofica prima che iniziasse. Sono bloccati sulle isole, divenute per loro prigioni a cielo aperto, mentre le comunità locali si sentono abbandonate e sempre più disperate. Inoltre, l’estrema destra sta gradualmente sopraffacendo quel che resta del movimento di solidarietà attivo finora nella regione.
Pochissime ONG solidali hanno il coraggio di continuare a operare: i loro volontari sono stati presi di mira dai gruppi di estrema destra, gli spazi di solidarietà sono stati incendiati e la paura cresce.
Lo scorso marzo l’attenzione pubblica si è spostata nella Grecia settentrionale, a Evros, mentre il presidente turco Erdoğan usava i rifugiati per fare pressione sull’Europa, inviandoli a centinaia verso la frontiera turco-greca. Un episodio che ha alimentato ancora una volta i sentimenti nazionalisti nella società greca.
L’ultimo episodio preoccupante è stata la scoperta della positività al Covid-19 di due donne del campo di Kranidi, costrette a prostituirsi per sopravvivere. La reazione della comunità locale è stata sconvolgente: l’indignazione non riguardava le condizioni che le donne affrontano nei campi — la mancanza di protezione, il rischio della prostituzione — ma il timore che potessero trasmettere la malattia ai bravi padri di famiglia cristiani della zona.
I begli esempi di solidarietà a cui eravamo abituati nel 2015 sono ormai lontani. Tutta la Grecia si è vestita di blu, il colore del partito di destra Nea Dimokratia, che dopo le tre elezioni dell’anno scorso governa quasi a ogni livello e quasi ovunque. La narrazione del «i rifugiati non sono affatto benvenuti» è dominante, nel tentativo di dissuaderli dall’attraversare l’Egeo. Lo scorso febbraio il governo greco ha persino pensato a una barriera galleggiante per impedire alle barche di avvicinarsi alle isole! Un’idea, per fortuna, tanto assurda quanto irrealistica.
La disumanità ha raggiunto nuovi livelli e le storie che ascoltiamo ogni giorno sono sempre peggiori.
Vediamo alberghi turistici inutilizzati, lasciati vuoti durante la crisi del coronavirus, e un settore agricolo che chiede un accordo con l’Albania per portare manodopera nei campi, come se nel paese non ci fossero abbastanza persone per lavorare la terra. Tutto questo mentre i rifugiati sono ammassati nei campi, bloccati e impossibilitati a lavorare, affamati e con enormi necessità igienico-sanitarie.
