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In questo contributo Gianluca Solera rende omaggio alla memoria di Vaggelis Karageorgos, giornalista e attivista politico greco scomparso prematuramente la scorsa settimana. La sua figura offre l’occasione per interrogarsi sull’arte della politica e sulla sinistra nel Mediterraneo. L’articolo è apparso originariamente sul blog di Gianluca.
Vaggelis Karageorgos è morto il 22 luglio 2019. Aveva la mia età e l’Angelo della Morte lo ha sorpreso nel suo letto: un infarto lo ha strappato prematuramente a questa Terra. Lo avevo incontrato per la prima volta a SabirFest 2016 e da allora siamo rimasti amici spiritualmente vicini. Vaggelis era prima di tutto un uomo di umorismo ed empatia, che amava godersi la vita. Il suo ultimo progetto era aprire una taverna greca, per la quale aveva temporaneamente lasciato il giornalismo. La convivialità era per lui un modo di avvicinare le persone. Era anche un «animale politico»: aveva guidato le lotte studentesche e sociali degli anni Ottanta e Novanta nelle file della sinistra rivoluzionaria, per poi entrare nel Comitato centrale di Syriza. Il quotidiano progressista Efsyn, di cui era stato uno dei caporedattori, ha sostenuto il nostro lavoro per la cittadinanza mediterranea e, recentemente, la campagna di Maydan per il Mediterraneo in vista delle elezioni europee dello scorso maggio.
La morte di Vaggelis lascia un vuoto di umanità inclusiva e di impegno civico al fianco dei meno fortunati. Alla vigilia dell’inaugurazione della sua nuova taverna greca, gli avevo promesso di «insegnargli» a fare un vero caffè all’italiana. Non potrò più mantenere la promessa. Le sue spoglie riposano ora nel cimitero di Kokkinos Milos, offrendo al passante un angolo in cui sostare e interrogarsi su se stesso e sui propri sogni politici. Vaggelis ci ha lasciati poche settimane dopo la sconfitta di Syriza alle elezioni parlamentari greche del 7 luglio.
Ho letto recentemente un commento di Gary Younge, editorialista del Guardian, che si chiedeva come sia possibile che la sinistra, quando vince le elezioni, non riesca a mantenere il potere[1]. È una domanda fondamentale, perché tutti noi europei affrontiamo la minaccia più grave al nostro sistema democratico e ai nostri valori sociali e politici dalla fine della cosiddetta Guerra fredda. In particolare, i paesi dell’Europa meridionale, rinati dalle ceneri del fascismo e avviati alla democrazia e alla giustizia sociale nella seconda metà del secolo scorso, sono ora minacciati dalle più diverse espressioni di nazionalismo, populismo o fascinazione per «legge e ordine». Le ha alimentate una miscela esplosiva: da un lato i danni dell’austerità economica a ogni costo, dall’altro politiche ambigue verso i regimi autoritari vicini e l’incapacità di affrontare la sfida dei rifugiati e dei migranti in modo coeso e inclusivo.
Younge ricorda che, secondo il racconto di Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze all’epoca dei negoziati sul salvataggio con FMI e UE, i greci avevano delle alternative, benché gli fosse presto chiaro che Tsipras non avesse mai seriamente intenzione di usarle. Non vi erano garanzie di successo; ma una volta abbandonato il proprio programma, il fallimento era certo. La sconfitta di Syriza fu dunque meno un fallimento delle politiche di sinistra, mai davvero attuate, che di una strategia elettorale di sinistra priva di un piano B per ostacoli prevedibili. D’altro canto, la globalizzazione neoliberale ha ridotto il peso degli Stati nazionali e i loro margini di manovra, e quindi la rilevanza della legittimazione democratica, soprattutto in campo socioeconomico.
Il nazionalismo e le dottrine affini dell’estrema destra predicano il predominio dell’identità nazionale sui diritti umani universali come soluzione alla crisi, senza mettere realmente in discussione le disuguaglianze interne e il dominio del profitto e del capitalismo. In nome dell’ideologia nazionale e del proprio ruolo di rappresentanti insostituibili della nazione, questi gruppi sono pronti a rinunciare alle regole democratiche e ad abbracciare il sostegno finanziario e lo stile di governo di regimi autoritari come la Russia o gli Stati del Golfo.
La sfida è così importante per tutti noi che, se i partiti progressisti non mantengono le promesse, la strada al potere del fascismo camuffato in Europa non avrà più oppositori.
La prima e più difficile sfida di questi partiti di sinistra è la coerenza e la capacità di rimettere in discussione politiche superate. In Italia, ora che il Movimento Cinque Stelle si è rivelato un’ameba incapace di difendere politicamente le ragioni della propria nascita ed è stato divorato dalla Lega Nord nella narrazione pubblica, il Partito democratico resta legato a una visione ottocentesca dello sviluppo: aderisce ai piani per grandi infrastrutture come l’alta velocità Torino-Lione, che divide le comunità piemontesi, oppure sostiene l’industria automobilistica e l’espansione urbana. È insomma lontanissimo dal dibattito sulla transizione ecologica di cui oggi avrebbero bisogno la nostra economia e le nostre città.
Mentre scrivo, il parlamento spagnolo ha appena concluso il secondo dibattito sull’investitura del socialista Pedro Sánchez alla guida del governo. Il mancato accordo tra i socialisti e Podemos sui ministeri ha fatto saltare la possibilità di un governo progressista, riaprendo la strada a nuove elezioni. E questo mentre lo spirito autoritario e illiberale di Franco si insinua in più di un partito. Ancora una volta, le persone non capiranno perché debbano tornare a votare e perché i cosiddetti politici progressisti non riescano a unire le forze.
Quando ciò è accaduto, ed è accaduto soltanto in Portogallo, il paese ha vissuto una nuova stagione di ottimismo e crescita. Alla fine del 2015 il Partito socialista portoghese ha sfidato il precedente costituzionale negoziando un patto contro l’austerità con il Blocco di Sinistra radicale (BE), il Partito comunista portoghese (PCP) e i Verdi. Da quando il socialista António Costa è entrato in carica nel novembre 2015, il Portogallo ha raggiunto per la prima volta in questo secolo il resto d’Europa nella crescita economica e nella creazione di posti di lavoro.
Sono aumentate le pensioni statali, il salario minimo e le retribuzioni pubbliche, mentre sono state ridotte le tasse e migliorate le prestazioni sociali per i meno pagati. Costa vi è riuscito rispettando le rigide regole di bilancio dell’UE, che vietano disavanzi superiori al 3 per cento del PIL. La sfida è ora riformare i contratti di lavoro, aumentare la capacità industriale e creare occupazione altamente qualificata.
Il New Statesman ricorda che una delle chiavi strategiche dell’alleanza, oltre alla sfida al dogma dell’austerità, è stata l’assenza di BE, PCP e Verdi dagli incarichi di governo: una scelta che in qualche modo «li libera di condannare l’amministrazione Costa quando necessario e di mantenere credibilità presso il proprio elettorato»[2].
Non sono un analista politico, ma mi permetto di pensare che noi cittadini progressisti e liberali dovremmo aspettarci che si impari la lezione e che persone come Vaggelis non abbiano speso invano la propria vita in una lotta nobile.
Vorrei che il professionismo elettorale fosse definitivamente rimosso dalle file della sinistra, perché il destino di un individuo non conti più del destino di un paese. Il personalismo ha aiutato personaggi come Berlusconi, poi Renzi e poi Salvini a imporre il proprio dominio e a rimodellare le mentalità nel mio paese.
Vorrei che le divergenze non prevalessero sull’impegno per un’unità dialettica quando le minacce e le sfide sono tanto grandi per una nazione o una comunità di nazioni come l’Europa. Ci sono ancora persone che cercano un cambiamento e non credono che il proprio benessere dipenda dal mantenere le disuguaglianze e dal respingere i meno fortunati. Sono pronte a dare sostegno, purché i rappresentanti politici imparino a fare un passo indietro per il bene della comunità e a prendere misure impopolari ma dignitose e giuste, anche a rischio della rielezione. I politici incapaci di pensare e agire così non sono inutili: sono pericolosi.
Vorrei che partiti e movimenti sociali agissero insieme, senza cercare di dimostrare chi sia più di sinistra e progressista. La rappresentanza politica ha bisogno di mobilitazione sociale, altrimenti diventa puro populismo e teatro e perde nella partita di potere con le istituzioni internazionali e le forze economiche multinazionali. Syriza stessa è la storia di piccoli gruppi di sinistra riuniti dalla volontà di unità e convergenza. Anche se ha fallito perché non ha attuato il programma contro l’austerità né cercato ricette alternative, come sostiene Varoufakis, non vorrei vedere in Grecia la commedia di un panorama diviso e disgregato di formazioni cosiddette progressiste, come è accaduto in Italia negli ultimi anni.
Vorrei che la transizione ecologica diventasse la battaglia centrale, capace di far dialogare pensatori, ricercatori, attivisti, consiglieri e attori economici, portandoli a mettere radicalmente in discussione i propri paradigmi. Non è ancora così in molti paesi dell’Europa meridionale, e spesso alle parole non seguono i fatti, almeno nei governi nazionali, regionali e locali. A riunire chi teme figure come Marine Le Pen o Viktor Orbán, o le attuali leadership russa e americana, non deve essere soltanto l’antifascismo, ma anche l’urgenza di fermare il disastro ecologico.
Vorrei che politici e cittadini avessero l’opportunità di studiare e conoscere meglio ciò che dichiarano di sostenere. La propaganda nazionalista è così efficace perché costruisce e prende di mira nemici esterni, le istituzioni di Bruxelles, i rifugiati, l’Islam, ed esternalizza tutti i conflitti e le contraddizioni interne in una narrazione e rappresentazione mediatica straordinariamente ben orchestrata. Tutto ciò che riguarda l’approfondimento della complessità del mondo contemporaneo finisce nella pattumiera. La sinistra non ha fatto molto per cambiare le cose. È tempo di invitare il cittadino comune a imparare, studiare e interrogare razionalmente i problemi. Si tratta di non perdere lo spirito critico, ultimo baluardo contro la stupidità, l’autoritarismo e l’omologazione.
Infine, vorrei che l’umanità e un certo spirito di sacrificio permeassero lo stile dell’impegno politico. Vaggelis ne era maestro. Ricordo una cena durante SabirFest 2016, con il senatore di Podemos Pedro Arrojo e il politico del Movimento Cinque Stelle Manlio Di Stefano, attualmente sottosegretario agli Esteri italiano. Il confronto era talvolta aspro, ma Vaggelis sapeva ironizzare sulle affermazioni contraddittorie senza offendere la persona. E oltre gli schieramenti ideologici, cercava quanto restasse di umano e di compassionevole nei fatti e nelle politiche in discussione. Umanità e compassione contano più della nostra stessa integrità e collocazione politica: per il bene dell’umanità dobbiamo saper fare un passo indietro, interrogarci o ammettere di avere sbagliato. Questo significa «servire il popolo». Molti progressisti dichiarano di farlo, poi se ne dimenticano quando rischiano la carriera o stringono la mano a questo o quel piccolo dittatore o a un imprenditore spietato. Vaggelis ha preso alla lettera l’insegnamento di «servire il popolo» e ha aperto una taverna greca. Per me è stata una grande dimostrazione di saggezza.
«Raggiungo la semplicità soltanto con uno sforzo enorme», ha scritto la brasiliana Clarice Lispector. Abbiamo bisogno di figure pubbliche che provino a compiere questo sforzo, ed è una delle ragioni per cui Vaggelis mi mancherà.
La Marsa, Tunisia, 25 luglio 2019.
[1] Gary Younge, «Syriza’s defeat shows the left needs a plan to hold on to power, not just win it», The Guardian, 12 luglio 2019.
[2] Peter Wise, «Europe’s socialist success story: the strange rebirth of the Portuguese left», New Statesman, 18 marzo 2018.
