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In questo contributo Gianluca Solera esplora le conseguenze della guerra civile siriana per la democrazia e la libertà, e la mancanza di empatia e comprensione dei paesi europei verso i popoli mediterranei oppressi. «Se c’è una lezione da trarre da questi momenti, è quella dei destini uniti». L’articolo è apparso originariamente sul blog di Gianluca.
Dopo l’attacco turco lungo il confine siriano contro le «Forze democratiche siriane» curde (SDF), si è concretizzata una mobilitazione internazionale contro la mossa di Erdogan, chiedendo di fermare la guerra ai curdi. Nel mio paese, l’Italia, molti gruppi di sinistra hanno invocato la salvezza del modello di municipalismo democratico e libertario del Rojava; su Facebook sono comparsi eventi di protesta e La Repubblica ha ospitato per giorni un appello firmato da diversi intellettuali, guidati dallo scrittore Roberto Saviano[1], per fermare il massacro del popolo curdo. Questa operazione militare turca è, a mio avviso, un disastro politico: non solo aggiunge crimini e vittime alla lista della guerra civile siriana, ma offre al brutale regime di Damasco, sostenuto dalla Russia, la possibilità di controllare vaste parti del nordest siriano, ponendo fine di fatto all’autogoverno curdo. Un altro regalo ai governanti autoritari da parte dell’America di Trump, isolazionista, egoista e indifferente alla democrazia.
Pur essendo del tutto contrario alla mossa turca, non riuscivo a sentirmi tanto commosso da questo appassionato richiamo alla mobilitazione contro la guerra di intellettuali, cosiddetti uomini di sinistra e pacifisti. Ero confuso e trovavo inquietante questa improvvisa ondata di internazionalismo, quando nulla di simile era accaduto negli ultimi due o tre anni, mentre le forze di Assad e i suoi alleati Russia e Iran distruggevano le città in cui erano sorti liberi municipi dopo la rivoluzione siriana del 2011, bombardando ospedali, scuole, mercati e quartieri residenziali. Silenzio, completo silenzio. Al di là delle voci di un dogma antimperialista d’altri tempi, della simpatia per il sogno di una società matriarcale in Rojava o del condizionamento pavloviano a reagire contro tutto ciò che proviene dall’Occidente e dalle forze NATO, di cui la Turchia fa ancora parte, ero assorbito da una domanda: perché? Perché i curdi ci commuovono e gli arabi no?
Mori in vista!
Certamente perché le donne curde hanno svolto un ruolo importante nella società e nella politica curda contemporanea, diventando una bandiera internazionale dei movimenti per i diritti delle donne. Probabilmente anche perché i curdi non sono associati all’Islam, benché siano in maggioranza musulmani, alle donne velate o alle regole tribali tradizionali; e forse perché gli arabi che lottano per l’autodeterminazione e trovano slancio nella propria eredità musulmana sono guardati con diffidenza. Ancora una volta, la paura storica dei Mori.
Gli europei del Medioevo e della prima età moderna applicavano questo nome, in modi diversi, agli arabi, ai berberi nordafricani e ai musulmani europei. Il termine è stato poi usato in Europa in senso più ampio, e alquanto dispregiativo, per indicare i musulmani in generale. Oggi, quanto più sembri musulmano secondo i nostri angusti paradigmi, tanto meno meriti empatia tra i nostri concittadini. Mi chiedo: perché nessuno ha promosso una mobilitazione di massa contro la sporca guerra in Yemen, la più grande crisi umanitaria del mondo secondo l’UNICEF?[2] O contro la sistematica pulizia etnica dei musulmani rohingya da parte del regime birmano, tra massacri, violenze sessuali e incendi diffusi?[3] O contro i campi di concentramento cinesi gestiti dal governo della Regione autonoma uigura dello Xinjiang per internare musulmani uiguri dal 2014?[4] Se andate a Venezia, visitate la basilica di San Marco. Sul lato destro della facciata noterete una lunetta dipinta che rappresenta l’astuto furto delle spoglie del santo da parte di mercanti veneziani ad Alessandria: nascosero il bottino sacro sul fondo di una botte contenente carne di maiale. I mercanti indossano abiti raffinati, mentre i doganieri arabi hanno barbe incolte e facce comiche. Questa rappresentazione continua a plasmare i nostri pregiudizi e sentimenti.
Il peggio deve ancora venire, anche per i curdi
Il peggio, però, deve ancora venire. I siriani sanno bene che il ritorno del potere di Assad nel nordest significa oppressione totale e punizione delle comunità che gli si sono opposte. Giornalisti e attivisti, molti dei quali hanno resistito all’ISIS e alla sua ideologia correndo enormi rischi personali, affronteranno la detenzione e la sparizione nelle segrete della tortura di Assad. I gruppi della società civile che hanno ricevuto sostegno americano ed europeo sono particolarmente a rischio, e l’Occidente ha la responsabilità di garantirne la protezione. Purtroppo anche gli Stati Uniti hanno considerato i curdi un alleato strumentale. I curdi sono sempre stati traditi, dall’Occidente e dalla Russia, e il problema, secondo l’analista Salam Kawakibi, è che il partito curdo dominante, il PYD (Partito dell’Unione democratica), l’unico con forti milizie armate tra i sedici partiti curdi della zona, ha portato la comunità curda siriana ad abbracciare alleanze miopi per perseguire le proprie ambizioni politiche, esponendo così tutti i curdi a rischiosi giochi geopolitici globali[5]. Ora le SDF curde che hanno scelto di chiedere protezione a Damasco ne pagheranno il prezzo. Le politiche discriminatorie e di cooptazione del regime verso i curdi continueranno, come insegna la storia: tra il 1972 e il 1977 Damasco attuò una politica di colonizzazione in determinate regioni a maggioranza curda. Circa 25.000 contadini «arabi», le cui terre erano state sommerse dalla costruzione della diga di Tabqa, furono inviati nell’Alta Jazirah e insediati in «villaggi moderni» accanto ai villaggi curdi[6]. Qualcosa di molto simile alla politica di italianizzazione del fascista Mussolini nell’Alto Adige prevalentemente germanofono a partire dal 1923. Analogamente, il regime sviluppò una politica per cooptare settori della società curda al servizio degli obiettivi di politica estera. La cooptazione coinvolse alcuni partiti: il PKK fu per esempio autorizzato a reclutare membri e combattenti, tra 5.000 e 10.000 negli anni Novanta, e a lanciare operazioni militari dalla Siria contro l’esercito turco, in cambio dell’astensione dei movimenti curdi iracheni e turchi da tentativi di mobilitare i curdi siriani contro il regime. Eppure le successive rivolte curde furono duramente represse, come quella del 2004 a Qamishly e le proteste della Primavera araba del 2011 in varie città del nordest[7]. È dunque probabile che, rafforzandosi con la conquista di nuovi territori e schierando truppe nelle città prima controllate dalle SDF, il regime torni a rivolgere le proprie forze contro le regioni curde e, con l’accordo e il sostegno di attori regionali e internazionali, impedisca ogni forma di autonomia nelle aree abitate dai curdi.
Che cosa aspettarsi dal signor Assad
Occorre leggere un rapporto appena pubblicato per capire fino a che punto questo regime disprezzi i diritti umani fondamentali dei cittadini, anche quando tornano a casa. Reality behind Assad’s Promises to Displaced Syrians è uno sforzo senza precedenti per raccogliere le testimonianze di chi è tornato nelle aree controllate da Assad, perlopiù a causa delle condizioni disperate nei luoghi dello sfollamento o perché credeva alle promesse di un ritorno sicuro, e di chi è rimasto nelle ex aree di opposizione dopo la riconquista delle forze del regime attraverso i cosiddetti accordi di riconciliazione. Racconta una politica di cambiamento demografico volta a privare una parte enorme degli sfollati delle case e delle proprietà mediante leggi discriminatorie, demolizioni e false attività di «ricostruzione», e una punizione collettiva fatta di arresti, corruzione ed estorsioni[8]. In cifre:
a — Il 62% degli intervistati, o uno dei loro parenti, è stato detenuto arbitrariamente dai servizi di sicurezza del regime.
b — La coscrizione forzata nelle forze di Assad è dilagante, soprattutto nelle aree integrate con gli «accordi di riconciliazione», dove fino al 75% degli intervistati o dei familiari era ricercato per il reclutamento. I coscritti vengono quasi inevitabilmente inviati sui fronti più pericolosi.
c — Il 64% di chi è stato costretto a lasciare la propria casa, o aveva abbandonato aree poi riconquistate dal regime, ha dovuto pagare servizi inesistenti per tutto il periodo in cui le aree erano fuori dal suo controllo o gli sfollati erano assenti.
d — Due terzi degli intervistati hanno dichiarato di vivere nel costante timore di arresti o molestie da parte dei servizi di sicurezza e delle diverse milizie.
e — Alla maggior parte dei rimpatriati viene sistematicamente negato il diritto alla proprietà, con intento apertamente punitivo, soprattutto nelle aree conquistate con la forza. I funzionari sanno infatti che una delle principali ragioni del ritorno era documentare ufficialmente la proprietà per non perderla.
Non ci si deve aspettare nulla di diverso nelle aree prima amministrate dalle SDF curde, una volta scomparso l’autogoverno.
Il «putinismo» e il ritorno dell’atmosfera degli anni Trenta
Chi paragona la guerra civile siriana a quella spagnola degli anni Trenta ha tremendamente ragione. L’ex direttrice di Le Monde, Natalie Nougayrède, scrive: «La sconfitta occidentale ed europea in Siria, e intendo politica e morale, non soltanto militare, ha paralleli con gli anni Trenta, quando le democrazie non seppero o non vollero opporsi agli autoritari nel momento decisivo, né svolgere un ruolo significativo per impedire una catastrofe che presto avrebbe travolto anche loro»[9]. A questo punto, mentre il popolo siriano ha perso tutto e il clan di Damasco, una delle dittature più sanguinarie di sempre, è stato salvato e rilegittimato, non è centrale come gli uomini forti dei regimi autoritari di Russia, Iran e Turchia abbiano ritagliato una nuova grande area d’influenza geopolitica in Medio Oriente. Il punto è che hanno dimostrato come la democrazia liberale possa essere isolata, contenuta e decostruita, e come il loro modello nazionalista ed espansionista fondato sulla forza bruta possa diventare la corrente politica dominante del secolo. Dimostrano di poter offrire un’alternativa ai valori liberali, al governo democratico e ai diritti umani. In un mondo di paura, tecnocrazia, collasso ecologico, frammentazione e disinformazione, gli autoritari offrono stabilità attraverso identitarismo, militarizzazione, capri espiatori, ordine e annientamento del dissenso, senza rinunciare ai benefici del capitalismo sfrenato e al controllo delle risorse naturali.
È questo l’ordine mondiale in cui vogliamo far crescere i nostri figli? È come se la culla del fascismo si fosse spostata più a est, dal triangolo Spagna-Italia-Germania all’alleanza sanguinaria tra Russia, Iran e Siria, con la complicità di altre potenze regionali che preferiscono governi repressivi vicini alla libera espressione popolare dell’autodeterminazione. Il livello dei crimini perpetrati in nome della ragion di Stato in questi anni in quella parte del mondo è così profondo, efficace e tollerato che il crimine è divenuto una pratica legittima per mantenere il potere. L’apparato di sicurezza egiziano, la guerra in Yemen, la riduzione degli spazi della società civile in molti paesi, l’annessione della Crimea, la persecuzione dei musulmani in Asia e il ritorno delle uccisioni sistematiche da parte della polizia o dei suoi protetti in Brasile e in America centrale si sentono legittimati dalla nuova dottrina. E l’Europa, che ha subito passivamente tutte le drammatiche conseguenze del «disordine siriano», dai grandi attentati terroristici all’ondata di rifugiati, si avvia ad affrontare partiti nazionalisti, illiberali o fascisti interni sempre più baldanzosi, che lodano Mosca, Damasco, Cairo, Abu Dhabi o Riad. Una coalizione tra quegli Stati illiberali e partiti europei come Alternative für Deutschland, il Front National francese o la Lega Nord italiana non è più fantascienza: finanziamenti, discorsi comuni, con la formale eccezione della narrazione anti-Islam, e visite di cortesia sono una realtà quotidiana. Un collaboratore di Putin chiama questa dottrina «putinismo» e la ritiene l’ideologia del futuro, destinata a essere per il XXI secolo ciò che il leninismo fu per il XX[10].
È tutto perduto?
Non è ancora tutto perduto, e dobbiamo leggere gli attuali segni di resilienza popolare a questa maledetta ossessione del dominio che rende folli gli esseri umani. Anzitutto, la Germania ha incriminato per crimini contro l’umanità due presunti ex ufficiali dei servizi segreti siriani, entrati in Europa come «richiedenti asilo». Nel 2020 potrebbe celebrarsi in Germania il primo processo sui crimini della guerra civile siriana in corso, spezzando l’impunità di cui il regime ha finora beneficiato[11]. L’aspetto sorprendente è che prove sostanziali contro i due sono state raccolte grazie all’esposizione delle cosiddette fotografie di Caesar, accompagnate da testimonianze personali, nella sede ONU di New York nel marzo 2015: immagini dei corpi di migliaia di vittime della tortura. Le aveva scattate un ex membro della polizia militare siriana, che si fa chiamare Caesar, fuggito dalla Siria con le immagini nel 2013. Nel 2017 ho avuto l’onore di contribuire a organizzare l’arrivo della mostra a Firenze.
In secondo luogo, la storia non è fatta soltanto di eroi e criminali, ma anche di popoli. I popoli arabi hanno recentemente mostrato una straordinaria capacità di sorprendere e difendere autodeterminazione, diritti e giustizia, nonostante la restaurazione controrivoluzionaria successiva al 2011. Due giorni fa, nel sessantacinquesimo anniversario dell’inizio della guerra d’indipendenza algerina dalla Francia, Algeri ha ospitato la trentasettesima grande manifestazione dall’avvio del movimento democratico lo scorso febbraio. Dopo aver rovesciato il dittatore al-Bashir, la rivoluzione sudanese è riuscita lo scorso agosto a definire un percorso di transizione condiviso, nonostante l’apparato militare dello Stato e le divisioni tribali. A settembre sono scoppiate nelle città egiziane le prime proteste significative dall’ascesa al potere dell’ex capo dell’esercito Abdel Fatah al-Sisi. La sicurezza ha reagito prontamente e circa 2.000 persone sono state arrestate, ma la situazione è fluida e il regime teme la frustrazione della popolazione. Da due settimane le strade del Libano sono piene di manifestanti nelle maggiori proteste antigovernative degli ultimi 15 anni: innescate dall’ipotesi di una tassa su WhatsApp e altri servizi di chiamata via Internet, si sono allargate alla corruzione generale della classe politica e al settarismo dominante, portando alle dimissioni del premier Hariri. Piazza Tahrir a Baghdad è teatro di proteste continue dal 1° ottobre contro anni di corruzione, disoccupazione e servizi pubblici inefficienti, con richieste di rovesciare il governo e fermare l’intervento iraniano in Iraq. La repressione della polizia è stata brutale e ha provocato diverse vittime, ma il movimento non si è arreso e mantiene il proprio carattere interconfessionale e trasversale.
Mi domando se gli uomini forti della regione si rendano conto che la loro autorità non è eterna; ma se c’è una lezione da trarre da questi momenti, è quella dei destini uniti. I nostri destini sono legati, come europei preoccupati per la salute della democrazia e per l’illiberalismo interno, e come arabi o curdi che si battono per società più aperte, giustizia sociale e responsabilità dei governi. I regimi dispotici e autoritari imparano dalle proprie esperienze repressive e le condividono con gli alleati. Le forze e i movimenti democratici devono fare altrettanto. L’Europa e l’Occidente non hanno saputo abbracciare la generazione della Primavera araba: perché fallire di nuovo?
Un doppio fallimento segnerebbe la fine del nostro spazio di libertà così come lo abbiamo vissuto finora.
Tunisi, 3 novembre 2019.
[1] «Fermate il massacro del popolo curdo», La Repubblica, 21 ottobre 2019.
[2] Lo Yemen è la più grande crisi umanitaria del mondo: oltre 24 milioni di persone, circa l’80 per cento della popolazione, hanno bisogno di assistenza, tra cui più di 12 milioni di bambini. Dall’escalation del conflitto nel marzo 2015, il paese è diventato un inferno per i bambini. Fonte: UNICEF.
[3] Dalla fine di agosto 2017 oltre 671.000 musulmani rohingya sono fuggiti dallo Stato birmano di Rakhine per sottrarsi a una vasta campagna militare di pulizia etnica. Le atrocità delle forze di sicurezza, tra massacri, violenze sessuali e incendi diffusi, costituiscono crimini contro l’umanità. Fonte: Human Rights Watch.
[4] Tra ottocentomila e due milioni di uiguri e altri musulmani, compresi kazaki e uzbeki, sono stati detenuti dall’aprile 2017. Fonte: Council on Foreign Relations, 9 ottobre 2019. Si veda anche Jane Perlez, «China Wants the World to Stay Silent on Muslim Camps. It’s Succeeding.», The New York Times, 25 settembre 2019.
[5] Intervista a Salam Kawakibi, «Syrie: de l’intervention au désengagement», France Culture, 23 ottobre 2019. Kawakibi spiega che il PYD non rappresenta la maggioranza dei curdi siriani, ha imposto il proprio potere e gioco politico in quella parte del paese e non si è mai impegnato nella rivoluzione siriana per il genuino interesse alla libertà e alla democrazia di tutto il popolo siriano.
[6] Fonte: «The Syrian Revolution and the Emancipation of the Palestinians and the Kurds», intervista a Joseph Daher, Syria Freedom Forever, 17 maggio 2018.
[7] Ibidem.
[8] Syrian Association for Citizens’ Dignity, Vengeance, Repression and Fear: Reality behind Assad’s Promises to Displaced Syrians, ottobre 2019, 39 pp.
[9] Natalie Nougayrède, «Europe can’t keep shutting its eyes to the disaster in Syria», The Guardian, 16 ottobre 2019.
[10] Volodymyr Yermolenko, «We Do Far More than Meddle in Foreign Elections, Top Putin Aide Taunts», Atlantic Council, 13 febbraio 2019.
[11] European Center for Constitutional and Human Rights, «Charges against former high-ranking Assad government official», 29 ottobre 2019.
