Al momento stai visualizzando Cambiare la narrazione è la nostra sfida

Cambiare la narrazione è la nostra sfida

Archivio recuperato. Date, età, incarichi e annunci si riferiscono alla pubblicazione originale, non a un aggiornamento attuale.

Lisa Ariemma, copresidente di Maydan, ha partecipato alla seconda edizione del Festival delle Migrazioni, svoltasi a Torino dal 25 al 29 settembre 2019. Qui di seguito la sua lettura del dibattito pubblico «I Mediterranei nel mondo: dialoghi e riflessioni sull’idea di Mediterraneo osservata da una prospettiva globale e transnazionale. Analisi delle politiche europee e intercontinentali», al quale ha contribuito. L’articolo si basa prevalentemente sui contenuti e sulle idee emersi durante la tavola rotonda, secondo l’interpretazione dell’autrice. Partecipavano:

Lisa Ariemma, copresidente dell’Associazione Maydan; William Bonapace, IDOS (Dossier Statistico Immigrazione); Rosita Di Peri, Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino; Maria Perino, ADL (Associazione per l’Ambasciata della Democrazia Locale a Zavidovići).

L’incontro era moderato da Gabriele Proglio, ricercatore di storia contemporanea e autore di Mediterraneo Nero.

Nel suo libro del 2018 «The Lies that Bind: Rethinking Identity»[1], il filosofo Kwame Anthony Appiah esamina il modo in cui le narrazioni plasmano il nostro senso di identità e appartenenza, ma possono anche nutrirsi di presupposti erronei che diventano nemici della solidarietà umana, provocando guerre devastanti e alimentando apocalissi contemporanee. Sostiene infatti che a unire gruppi di persone siano talvolta menzogne e idee sbagliate. L’identità dominante, costruita su narrazioni false, diventa autorità, mentre le identità subordinate sono destinate all’oppressione o all’invisibilità.

In un certo senso, lo studio di Appiah sull’identità individuale e collettiva può tradursi in un’analisi del rapporto tra le sponde settentrionale e meridionale del mare che da millenni divide e unisce le civiltà.

Non possiamo parlare del Mediterraneo, o dei «Mediterranei», senza considerare il linguaggio che usiamo per definirlo e descriverlo, né senza chiederci chi controlli quel linguaggio. Il dibattito odierno sul rapporto tra le due sponde è indissolubilmente legato al controllo dei corpi, quelli cosiddetti bianchi e quelli neri: chi può essere cittadino e chi no, chi debba essere espulso e chi possa essere utile.

Questo discorso sui corpi ha aperto il confronto sulla percezione dei «Mediterranei» da una prospettiva globale e transnazionale alla seconda edizione del Festival delle Migrazioni, a Torino il 28 settembre 2019.

Il modo in cui il Mediterraneo è stato rappresentato nel tempo ha plasmato la percezione del rapporto Nord-Sud. Più recentemente, la distanza tra le culture dei popoli delle due sponde è aumentata con l’adozione di parole come «balcanizzazione» e della nozione di «orientalismo» come «alterità» rispetto all’Europa occidentale. Geografia e cultura comuni sono state allontanate, privilegiando narrazioni monolitiche e «separatiste», spesso promosse dalla letteratura e dagli studiosi occidentali.

Le pratiche politiche si giustificano più facilmente se una regione è descritta come lontana da noi, priva di storia, politica o cultura e segnata dalla divisione e dalla violenza. La narrazione dominante, soprattutto negli ultimi 20 anni, ha raffigurato il Mediterraneo meridionale come tribale, attraversato dai conflitti e profondamente religioso. Questa percezione è stata spesso rafforzata dalle conclusioni dei centri studi americani. Anche i mass media l’hanno alimentata e amplificata, rendendo l’alterità parte del linguaggio e delle concezioni quotidiane.

Allo stesso tempo, chi cerca di offrire contronarrazioni di solidarietà, sfidando la narrazione dominante spesso guidata dalla retorica populista, viene delegittimato, screditato e talvolta criminalizzato. Basta pensare alle persone delle organizzazioni non governative che aiutano i migranti ad attraversare il mare, esposte a multe e aggressioni verbali e, in alcune occasioni, al carcere.

L’Associazione Maydan è tra le ONG che sfidano la narrazione dominante che separa le due sponde anziché unirle. Attraverso l’Appello «Abbracciare il Mediterraneo significa salvare l’Europa», prima delle elezioni europee del 2019, e la relativa petizione online firmata da oltre 5.100 cittadini, i soci di Maydan hanno riconosciuto un desiderio diffuso di ripensare le interazioni tra il Nord e il Sud del Mediterraneo.

Conoscere e diffondere i fatti su temi chiave come i movimenti democratici, le migrazioni e il terrorismo è fondamentale nella lotta per cambiare l’attuale narrazione negativa. Quanti europei sanno, per esempio, che decine e talvolta centinaia di migliaia di algerini manifestano dallo scorso febbraio per un cambiamento radicale del sistema del loro paese? E la maggioranza sa che quasi il 50 per cento delle morti di migranti registrate nel mondo nel 2018 è avvenuto nel Mediterraneo?[2]

Quanti sanno che più di 10.000 americani vengono uccisi ogni anno con una pistola, mentre negli ultimi anni gli americani morti per terrorismo nel mondo non hanno mai superato gli 80 all’anno, salvo nel 2001?[3] E che il 60 per cento delle vittime di atti terroristici vive in cinque paesi «non occidentali»?[4] Queste statistiche sono soltanto un piccolo primo passo per considerare la narrazione complessiva e tentare di cambiare alcune menzogne e idee sbagliate evidenti nel rapporto Nord-Sud mediterraneo.

Alla vigilia del venticinquesimo anniversario della Dichiarazione di Barcellona, Maydan, insieme a partner delle due sponde, intende cambiare la narrazione negativa prevalente sulle relazioni euromediterranee attraverso una nuova iniziativa, «Change the Narrative». Maydan prevede di promuovere dialoghi e dibattiti in Europa e oltre, organizzare una settimana di sensibilizzazione a Bruxelles e laboratori giovanili con i vincitori dei concorsi di arti creative «Floating Voices», sul tema del destino mediterraneo comune. La speranza è innescare un effetto a catena e promuovere un approccio più democratico nelle relazioni euromediterranee, dalla base alle istituzioni.

L’azione dal basso in Bosnia-Erzegovina è stata essenziale per gestire il movimento delle persone attraverso i Balcani, dove i bosniaci lasciano il paese per le difficoltà socioeconomiche mentre, nello stesso tempo, arrivano migranti. L’Agenzia della democrazia locale di Zavidovići, per esempio, lavora perché i fatti di quell’area vengano raccontati al di fuori dei suoi confini[5]. La rotta balcanica resta segnata da violenza, filo spinato e droni, in ciò che viene chiamato «il gioco», ossia entrare nell’Unione europea. Il modello mediterraneo della migrazione è pervaso dall’illegalità e dalla mancanza di leggi e regolamenti, oltre che dalla generale disattenzione dei paesi europei non direttamente coinvolti. Quando però ci si occupa delle migrazioni, il risultato tende a essere l’adozione di misure molto restrittive. Inoltre, gli investimenti nell’immigrazione sono scarsi: questo alimenta la domanda di lavoro irregolare e lega le rotte migratorie alle richieste del mercato. Non possiamo quindi ignorare gli aspetti criminali legati ai lavoratori migranti e al fenomeno migratorio in generale.

Molti europei amano vantarsi dell’assenza di guerre sul suolo europeo da oltre 70 anni, dimenticando le conseguenze devastanti della disgregazione dell’ex Jugoslavia. Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, eppure migliaia di chilometri di muri punteggiano il paesaggio europeo, dalla Macedonia e dalla Bulgaria alla Spagna e alla Norvegia.

È chiaramente necessaria una consapevolezza di quanto accade fondata su fatti concreti. La narrazione dominante parla, per esempio, di invasioni, ma l’UNHCR ha riferito che fino a settembre 2019 erano entrati in Europa 75.000 migranti, meno della metà dell’anno precedente. La Grecia resta il principale punto d’ingresso, mentre la Spagna ha superato l’Italia: un fatto che non compare nella retorica populista dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Nell’agosto e nel settembre di quest’anno, la Grecia ha espulso migliaia di migranti verso la Turchia, considerata sicura secondo il patto migratorio euro-turco; tuttavia, poiché l’Europa non ha versato la propria quota alla Turchia, sono stati espulsi i migranti non siriani e rimandati in Siria i siriani senza documenti[6].

Nei Balcani, dopo la chiusura delle frontiere ungheresi nel 2015, la Bosnia-Erzegovina è diventata il punto di passaggio verso l’UE. Nel 2018 tra 22.000 e 24.000 migranti hanno tentato di passare da quel paese in Croazia. Divenuta zona cuscinetto tra territorio UE ed extra-UE, la Bosnia-Erzegovina ha ricevuto, insieme alla Croazia, ingenti finanziamenti europei per gestire la crisi migratoria. Oltre al mercato dei migranti irregolari che plasma le rotte, un altro fattore manipola e deforma la narrazione: i guadagni realizzati in paesi come Turchia, Bosnia-Erzegovina e Croazia grazie ai fondi europei per campi, recinzioni, personale e così via. Attualmente circa 40.000 persone sono trattenute in campi, centri di detenzione e strutture analoghe in tutta Europa. Nel frattempo, il bilancio di Frontex, la polizia di frontiera dell’UE, è aumentato di cento volte[7].

Il risultato sono persone intrappolate nei campi, separate dai figli o dalla famiglia, impossibilitate a tornare a casa e senza modo di proseguire. Come ha concluso William Bonapace: «È un meccanismo infernale, un gioco terribile che si svolge sulla pelle delle persone». È chiarissimo chi abbia il ruolo dominante e chi quello subordinato in questo gioco. Cambiare la narrazione che impone questa relazione diseguale è la nostra sfida.

10 ottobre 2019.

Note

[1] K.A. Appiah, La menzogna dell’identità: come riconoscere le false verità che ci dividono in tribù, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milan, 2019.

[2] IOM’s Missing Migrants Project, 2019.

[3] Sources: C. York, “Oregon Shooting: US Gun Deaths Compared To UK And Those Killed By Terrorism”, The Huffington Post UK, 2/10/2015; S. Mervosh, “Nearly 40,000 People Died From Guns in U.S. Last Year, Highest in 50 Years”, New York Times, 18/12/2018;  Gun Violence Archive (gunviolencearchive.org); National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (www.start.umd.edu).

[4] Global Terrorism Index, 2018.

[5] Source: Maria Perino, ADL Ambassador.

[6] Source : William Bonapace, IDOS; M. Ottaviani, “I curdi cacciati e sostituiti da altri siriani. Il dramma del popolo senza Stato”, La Stampa, 10/10/2019.

[7] William Bonapace, IDOS.