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Gianluca Solera offre ai lettori arabi una prospettiva diversa sul trentesimo vertice arabo, tenutosi a Tunisi alla fine di marzo, mostrando quanto poco i leader arabi comprendano i propri cittadini e quanto questi si sentano lontani dalle autorità.
Ieri i media si sono affollati nella capitale tunisina, decorata con le bandiere dei paesi arabi davanti agli edifici pubblici, nelle piazze e agli incroci, accanto agli ingressi degli alberghi internazionali e lungo le strade principali. Queste erano state rinnovate e abbellite con fiori e prati artificiali, stesi sopra uno strato di plastica: sembrava una scenografia teatrale. Uno strato di plastica tra la terra e l’erba: è la descrizione migliore di questo vertice.
Le strade della capitale non erano soltanto piene di bandiere. Tutti i luoghi del vertice erano stati isolati dai cittadini, nonostante la diffusa indifferenza araba per l’incontro e per i cortei dei suoi anziani monarchi e presidenti a vita. Ho visto la rabbia del tassista che mi aveva accolto in macchina e ascoltato il suo giudizio semplice e chiaro: i presidenti arabi hanno paura dei cittadini e non possono avvicinarsi al popolo. Vivono nei loro palazzi dorati e non sanno nulla delle condizioni di vita della gente.
Era difficile dargli torto quando diceva: “Hanno paura di noi perché la gente non li ama!”
I tassisti sono la voce della verità nel mondo. Mentre il mio guidava sorridendo sarcasticamente ai poliziotti schierati lungo le strade, ascoltavo alla radio le notizie del vertice e la consueta retorica sulla creazione di uno Stato palestinese e sulla posizione araba comune nelle questioni regionali. Sopra di noi passavano due enormi aerei sauditi con a bordo il re e la sua delegazione, che avevano lasciato il vertice prima della conclusione della seduta inaugurale.
Mentre la brezza primaverile soffiava sugli edifici di Tunisi, i discorsi dei governanti ripetevano soltanto concetti corrotti e ipocriti, ignorando tutto ciò che riguarda le popolazioni arabe e perpetuando la paura del cittadino. Come lo strato di plastica che separa il prato dalla terra, i presidenti si isolano dai popoli nei loro edifici e nelle sale conferenze circondate dalla polizia.
Davanti al Teatro municipale, inaugurato all’inizio del Novecento per rappresentare opere e intrattenere la borghesia tunisina, un gruppo di cittadini, tra cui una mezza dozzina di clown, protestava contro la presenza del re saudita e la sua politica verso la società araba. Le parrucche colorate erano un’arma satirica per mettere in imbarazzo le decine di poliziotti, molto più numerosi di quelli presenti nelle settimane precedenti a presidiare il sit-in spontaneo sui gradini del teatro in solidarietà con il grande popolo algerino.
Mi chiedo perché. Se il tassista fosse stato lì, avrebbe risposto: “Perché la gente non ha paura della gente”.
Gianluca Solera
Tunisi, 1 aprile 2019
