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Soleimani e noi: istruzioni per l’inizio di un nuovo anno

Archivio recuperato. Date, età, incarichi e annunci si riferiscono alla pubblicazione originale, non a un aggiornamento attuale.

In questo contributo Gianluca Solera esplora le conseguenze dell’uccisione di Soleimani sulle nostre vite e sulla rappresentazione dei fatti intorno a noi, e mette in guardia sulla vera lotta per la «salvezza o il crollo dell’idea democratica e dei suoi valori fondamentali: giustizia sociale, diritti per tutti e libertà». L’articolo è apparso originariamente sul blog di Gianluca.

Ormai saprete tutto di quell’uomo, il generale Qassim Soleimani, comandante dei Guardiani della Rivoluzione iraniani ucciso dagli americani. Nessun altro nella storia recente ha ricevuto una copertura mediatica mondiale tanto ampia all’inizio di un nuovo anno! Perfino i giornali australiani riportano ogni giorno la sua uccisione e le sue conseguenze tra i titoli principali, nonostante la tragedia immensa degli incendi interminabili che distruggono milioni di ettari del territorio australiano e temperature arrivate a 45°C in alcune zone, mentre i principali politici continuano a descrivere il cambiamento climatico come una notizia falsa.

Da qualche giorno scrutiamo dunque ossessivamente ogni dichiarazione, notizia o voce che possa preannunciare una nuova guerra. Tutte le aspettative di un anno migliore del precedente sono svanite all’improvviso come neve sotto un sole implacabile. I media seguono gli ultimi sviluppi come se ci preparassimo a una guerra mondiale imminente, forse anche perché, subito dopo i festeggiamenti di Capodanno e appena prima dell’Epifania cristiana, non c’è molto altro da raccontare. Il clamore e l’allarme sono tali che ogni politico rispettabile si sente obbligato a prendere posizione e rilasciare dichiarazioni: alcuni invitano alla ragione e al contenimento, altri alla rappresaglia e alla vendetta. Un profilo di Soleimani si trova qui. È sorprendente come un personaggio sostanzialmente sconosciuto ai più sia diventato una celebrità mondiale in poche ore. Ciò solleva molte domande su come funzioni l’informazione e su quanto sappiamo davvero degli avvenimenti e dei leader intorno a noi.

Dunque, ragione e contenimento. In un vicinato devastato da guerre e conflitti regionali, invocarli appare piuttosto sciocco e puerile. Grazie tante. Dove eravamo «noi», europei e democratici, fino al giorno prima di venerdì 3 gennaio, per chiedere ora nervi saldi? La guerra c’è già, e Soleimani la dirigeva da anni per conto del suo paese, attraverso forze alleate o regolari. Ha sostenuto attivamente il dittatore siriano Al-Assad, combattendo al suo fianco una guerra contro il suo popolo che ha provocato centinaia di migliaia di vittime. Ha rafforzato il partito e le milizie di Hezbollah in Libano e le milizie sciite irachene; ha sostenuto al potere la milizia houthi in Yemen: obiettivi perseguiti con una brutalità senza limiti. Il New York Times ne descrive adeguatamente l’azione così: «Era un uomo malvagio, morto come aveva ucciso tanti altri». Che cosa abbiamo offerto, oltre agli appelli alla moderazione? Quasi nulla. Insieme ai suoi omologhi russi, Soleimani rappresentava lo stratega più potente impegnato a schiacciare le aspirazioni dei popoli alla libertà, all’autodeterminazione e alla responsabilità del potere dopo la Primavera araba. Era assai più efficace delle monarchie del Golfo, impantanate nell’interminabile conflitto yemenita, o dell’apparato cinese, incapace di riportare l’ordine tra i giovani di Hong Kong.

Ieri sera, sorseggiando un tè alla menta e mandorle, ho letto un’analisi illuminante sul quotidiano Al-Arab[1]. Se le opzioni di rappresaglia contro basi militari americane si rivelassero difficili da pianificare e realizzare, il regime iraniano potrebbe colpire obiettivi civili del «campo democratico», quelli che nel suo lessico sono gli «agenti dell’America»: giornalisti, scrittori, attivisti, manifestanti e politici che contestano l’influenza iraniana, soprattutto in Iraq. Non dimentichiamo che dall’inizio delle proteste sociali irachene contro corruzione, disoccupazione e inefficienza dei servizi pubblici, nell’ottobre 2019, le forze governative e le milizie sostenute dall’Iran hanno arrestato o assassinato decine di manifestanti, attivisti e giornalisti. Poiché le proteste proseguono in Iraq e in Libano e si combatte in Yemen e in Siria, il rischio che siano colpiti civili e forze sociali è elevato.

Il 2020 comincia dunque con uno scontro che potrebbe provocare altre vittime civili e disarticolare i movimenti sociali che chiedono valori e pratiche più liberali. E tutto ciò che possiamo offrire, oltre alle mosse imprevedibili, erratiche e contraddittorie della Casa Bianca, è un appello alla moderazione.

Intanto avanza chi vuole schiacciare ogni tentativo di aprire nuovi spazi di democrazia, anche soltanto embrionale: nel nordovest della Siria vengono bombardate strutture civili per piegare la volontà della popolazione e costringerla ad accettare la restaurazione autoritaria di Damasco, mentre la comunità internazionale tace, mostrando la propria arrendevole incapacità di agire. La campagna militare del generale Haftar contro il Governo di accordo nazionale libico semina distruzione con il sostegno di Riad, Cairo, Dubai e Mosca; quando la Turchia minaccia di intervenire militarmente per fermarne l’avanzata spietata, sappiamo soltanto gridare allo scandalo…

Vorrei dedicare il 2020 alla conservazione dei nostri valori e delle nostre pratiche democratiche, contro la corruzione interna e contro le forze esterne antidemocratiche. Sì, sono un conservatore, se volete definire così questa posizione. Sperare nella buona volontà dei regimi autoritari è soltanto un’illusione.

«Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Vangelo di Matteo, 10, 16). Nulla è più appropriato di questo versetto per descrivere la posta in gioco. La domanda è: che cosa dobbiamo fare per impedire che il 2020 sia più spaventoso e inquietante dell’anno passato?

Se personalmente possiamo fare poco per impedire alle amministrazioni iraniana, americana, russa o saudita di commettere nuovi crimini o atti strategici che mettano in pericolo democrazia e libertà, possiamo fare molto per proteggere i nostri spazi di società civile da degenerazioni e implosioni. Per onorare questa responsabilità, neppure a noi cittadini comuni basterà invocare la moderazione. Soltanto una «cittadinanza in divenire», insorgente, saldamente ancorata ai tanti valori e pratiche, saperi e patrimoni che condividiamo come popoli di una regione omogenea nella sua natura complessa e intrinsecamente pluralista, e nata dalle lotte antifasciste, anticoloniali e antimafia, ci impedirà di subire passivamente nuove correnti che legittimano l’autoritarismo e la discriminazione sociale.

Il mio augurio a tutti noi è che, la prossima volta che vedremo qualcuno cacciare una donna da un autobus perché araba o velata, ne prendiamo le difese; o che, vedendo qualcuno insultare e picchiare per strada un migrante nero, interveniamo con il nostro corpo.

Saremo pronti a farlo? Altrimenti non saremo migliori della nostra classe politica o delle nostre istituzioni. Non avremo più il diritto di lamentarcene.

Questo inizio del 2020 ha conosciuto un’accelerazione raccontata dai media nei minimi dettagli. Prendiamola come un allarme. La guerra è già intorno a noi, e riguarda essenzialmente la salvezza o il crollo dell’idea democratica e dei suoi valori fondamentali di giustizia sociale, diritti per tutti e libertà. Se non ci battiamo per difenderla nelle nostre comunità, non stupiamoci quando disordini sociali, violenza e repressione arriveranno alla porta di casa. Sarà troppo tardi, perfino per i media, per raccontare quel punto di svolta.

Coraggio! Il 2020 è appena cominciato!

Sidi Bou Said, 5 gennaio 2020.

[1] «Khiyārāt mahdouda amām Iran lil-radd ʿalā maqtal Qāsem Soleimani» (Opzioni limitate per l’Iran nel rispondere all’uccisione di Qassim Soleimani), Al-Arab, 4 gennaio 2020.