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Nuove parole per una lunga amicizia con la Siria

Archivio recuperato. Date, età, incarichi e annunci si riferiscono alla pubblicazione originale, non a un aggiornamento attuale.

Questo contributo di Dianthus è una rilettura sorprendente, autentica e triste della narrazione sulla nuova Siria. Propone un nuovo glossario a chi desidera capire meglio che cosa accade nel paese.

Queste “nuove parole” raccontano una generazione perduta, giovani senza futuro e la totale disconnessione tra governi, donatori e media, da una parte, e la resilienza quotidiana che le persone devono praticare in ogni aspetto della vita, dall’altra.

Con ironia e disperazione, il testo descrive un meccanismo che, intenzionalmente o meno, cerca di addomesticare la società civile siriana e la popolazione, inducendole ad accettare l’assurdità di una vita senza libertà, servizi e opportunità. Nemmeno le organizzazioni internazionali attive in Siria sfuggono allo sguardo critico di Dianthus, che mette a nudo la misera utilità dei loro programmi di “sviluppo delle capacità”.

“In questo articolo scrivo tutto ciò che non vogliamo leggere e do un nome a tutto ciò che non vogliamo ammettere, per comprendere più a fondo la realtà che noi giovani siriani viviamo oggi.”

Dianthus è lo pseudonimo di una giovane persona siriana, un po’ attivista e un po’ scrittrice, che vive in un’area controllata dal regime.

È noto che l’arabo è una delle lingue più complesse al mondo. Per preservarne la struttura coerente, raramente sono state introdotte parole nuove nel suo dizionario. La lingua colloquiale, invece, accompagna i cambiamenti e dà un nome a situazioni e prodotti nuovi, adattando la pronuncia di altre lingue o collegandoli a significati simili.

Un esempio è “allawi”, aggettivo riferito a tutto ciò che è moderno, rivoluzionario e diverso. A molti risulta fastidioso perché deriva dalla parola “Allah”, ma per anni è stato tra i termini preferiti dei giovani siriani: “Che festa allawi!” Se dovessi tradurlo in inglese, l’equivalente sarebbe “dope”.

Sono comparse anche parole per la nuova realtà siriana. “Habd”, noto termine egiziano che indica esagerazioni e bugie nel raccontare una storia, in dialetto siriano significa proiettili d’artiglieria. Un altro esempio è “dabj”: sembra inventato da un bambino di tre anni per descrivere un rumore forte, ma indica attacchi di vario tipo. È sconveniente distinguere i colpi d’artiglieria, “habd”, dai bombardamenti aerei, “qasf”. I siriani hanno quindi adottato “dabj” per tutti gli attacchi da terra e dall’aria, evitando il timore di minacce da una qualunque parte del conflitto. “Qasf” sembra accusare il regime siriano, mentre “habd” rimanda ai gruppi armati. “Dabj” diventa così una scelta pacifica per tutti: nomina gli attacchi senza indicarne il responsabile.

Queste parole si sono diffuse rapidamente, senza polemiche, perché necessarie a descrivere le condizioni terrificanti dei siriani. Ma le situazioni terribili che nessuno vuole descrivere hanno un nome?

In questo articolo scriverò tutto ciò che non vogliamo leggere e darò un nome a tutto ciò di cui non vogliamo ammettere l’esistenza.

Non voglio infastidirti, caro lettore, ma lanciare un primo segnale di risveglio alle organizzazioni umanitarie operanti in Siria e far comprendere meglio la realtà di noi giovani. Potrebbe essere l’inizio di una nuova amicizia con chi vive all’estero e con gli stranieri, e offrire strumenti per descrivere più precisamente la nostra vita.

Waithood: una parola che unisce “attesa” ed “età adulta”

Traducendo letteralmente questo termine inglese in arabo, avremmo una “fase dell’età trascorsa in attesa”.

Secondo Wikipedia è un periodo di stagnazione nella vita dei giovani laureati disoccupati dei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Medio Oriente, Nord Africa e India, le cui competenze non sono ancora ampiamente richieste o applicabili. Descrive una sorta di adolescenza prolungata, un tempo disorientante in cui molti trascorrono gli anni migliori aspettando e le difficoltà producono una debilitante impotenza e dipendenza.

Vi sorprenderebbe la scarsità delle possibilità professionali attuali. Oltre agli impieghi statali, che pagano cinquanta centesimi al giorno, ci sono le organizzazioni non profit. Ma il continuo mutare delle loro priorità in Siria — soccorso, mezzi di sostentamento, programmi di empowerment e così via, secondo il contesto siriano e le tendenze globali — spinge i giovani a inseguire la corrente, saltando da un lavoro all’altro e ricavandone un’esperienza superficiale, spesso senza rapporto con la laurea conseguita.

“Se avessi iniziato questo lavoro subito dopo il liceo, lo saprei fare bene quanto lo faccio adesso.”

Così un’amica commentava il rapporto tra la propria laurea in ingegneria agraria e il lavoro attuale in un’organizzazione non profit.

Vivendo questa fase, per anni non ho saputo descriverla. Mi sembra di lavorare da sette anni, eppure so di non possedere ancora una sola competenza specifica con cui lavorare. Tutto ciò che ho fatto sembra fatto di bolle destinate a svanire appena lascerò la Siria.

Riqualificare chi è già qualificato

Avrete notato l’ironia del nome. C’è davvero! Non pretendo di condividere i programmi delle organizzazioni in Siria e non credo che il loro uso eccessivo di “empowerment” abbia qualcosa a che vedere con un reale rafforzamento delle persone.

Ogni giorno sentiamo parlare di un nuovo programma per formare leader. Sono così tanti che li ho divisi in gruppi.

Ipnosi

Questi programmi funzionano per gli adolescenti o per chi appartiene a gruppi sociali che hanno sofferto meno di altri. Propongono formazione alla leadership piena di foglietti colorati, positività e divertimento, con discussioni su espressione di sé, cittadinanza e sviluppo. Non è una cosa negativa, ma non affrontano nessun problema reale. Evitano accuratamente qualsiasi tabù, non offrono conoscenze autentiche né sviluppano competenze in alcun ambito e trasmettono una visione ingenua delle cose.

Come finisce? Tutti sorridono alla macchina fotografica davanti a uno sfondo colorato. Per anni ripeteranno l’importanza degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, senza sapere come compiere un solo passo per contribuire a realizzarli, finché arriverà la frustrazione.

Ho sempre paragonato gli Obiettivi di sviluppo sostenibile ai Power Rangers, il programma americano che guardavamo negli anni Novanta: colorati, buffi, ridicoli. Neppure i bambini credono che le cose finiranno così.

Lavaggio del cervello

Congratulazioni! Hai partecipato a tanti programmi di ipnosi, o lavorato tanto a lungo per un’organizzazione umanitaria, che il cervello è stato completamente lavato e credi davvero che venga offerto qualcosa di utile!

“Tutto ciò che rientra sotto la voce ‘Siria’ scompare automaticamente quando fai domanda per un lavoro all’estero!”

Lo diceva un’amica che lavorava come officer per un’organizzazione in Siria, prima di andare in Gran Bretagna a conseguire un master e ritrovarsi, dopo il diploma, a lavorare come tirocinante.

Non so se dipenda dalla nostra cattiva reputazione o dalla scarsa utilità di ciò che facciamo in Siria. L’unica certezza è che i nostri sforzi contano poco all’estero.

Riflettendoci, immagino quanto cambierebbe la nostra vita se il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo costruisse una nuova centrale elettrica invece degli infiniti programmi di teatro interattivo, campagne contro la violenza sulle donne e altre attività simili. Per quanto efficaci davanti alla telecamera, secondo gli stessi realizzatori finora non hanno prodotto nulla: non un solo centro per donne maltrattate, struttura di recupero per minori, orfanotrofio o aiuto concreto.

Introduzione al lavoro delle spie

Chiamo così i programmi più sofisticati, che parlano della realtà con maggiore audacia e incoraggiano i giovani a esprimersi e criticare, anziché limitarsi a ricevere informazioni. Alla fine, però, racchiudono molti pericoli e segreti. Le loro agende sono spesso sconosciute e i giovani vengono attratti verso obiettivi ignoti ai più. Inoltre sacralizzano la diversità: dovrebbero riunire un campione variegato della società, con almeno una persona per ogni categoria. Questo solleva anche domande sulla raccolta dei dati e di informazioni interne sulla situazione siriana.

Sippenhaft o Sippenhaftung: responsabilità dei parenti, ovvero punizione collettiva

Permettetemi di prendere in prestito questo termine tedesco. Significa che una famiglia o un clan condivide la responsabilità per un reato o un atto commesso da uno dei suoi membri.

Deriva dal diritto germanico medievale, solitamente nella forma di multe e risarcimenti. La Germania nazista lo adottò per giustificare la punizione dei parenti o del coniuge per il crimine di un familiare, spesso con la prigionia e l’esecuzione.

Per quanto antico, è tornato di attualità con le ultime leggi del regime siriano, che autorizzano lo Stato a sequestrare i beni di genitori e fratelli se chi si sottrae al servizio militare obbligatorio non paga la somma che normalmente lo esenta.

La legge consente allo Stato di riscuotere forzatamente il pagamento dai parenti del giovane, indipendentemente dal fatto che egli si trovi in Siria o all’estero.

Una sola parola risparmia righe di spiegazione sul furto sistematico avvenuto negli ultimi anni in Siria, dove il nostro governo non cerca neppure più una formula giuridica per giustificare le proprie azioni.

Umorismo nero

La commedia o l’umorismo nero affrontano argomenti tabù, seri o dolorosi, scherzando su una situazione tragica o sulle disgrazie altrui.

Molti conoscono il termine. Qui, però, voglio discutere l’importanza di non usarlo.

Perché? Perché usare l’umorismo nero è semplicemente mancanza di empatia.

Ultimamente molti post sui social, che dovrebbero denunciare il peggioramento delle condizioni in Siria, hanno mostrato invece un’offensiva mancanza di rispetto.

Un insegnante siriano residente nel Golfo ha scritto che lo stipendio di un docente in patria gli permetterebbe di comprare un piatto di dolci di qualità mediocre. Un medico siriano in Germania ha scritto che lo stipendio dei medici in Siria gli basterebbe per calzini scadenti e due mascherine.

Malgrado le buone intenzioni, questi post scoraggiano, soprattutto mentre medici e insegnanti siriani affrontano malattie, povertà e ignoranza oltre al coronavirus. Al posto della riconoscenza, trovano ironie sui loro stipendi.

Forse, però, non possiamo rimproverare al nostro popolo l’umorismo nero. È cresciuto guardando le serie di Yasser al-Azmeh e Spotlight, che prendevano continuamente in giro la stretta governativa e dei servizi segreti, descrivendo la realtà precedente alla crisi con un’ironia piena di amarezza.

La cosa strana è che i protagonisti di quelle serie furono tra i primi a schierarsi con il regime allo scoppio della rivoluzione siriana. Non è questa una vera commedia nera?

Una tregua emotiva

Non troverete questo termine su Google, ma dobbiamo inventarlo! Descrive in modo breve e preciso ciò che vivono molti giovani oggi. Tra crolli di ogni genere, dal cambio valutario alla salute mentale, continuare senza cedere alla follia o ai farmaci sembra quasi impossibile.

Ogni giorno ciò che resta della ragione ti grida: “Ti prego, vai dallo psichiatra”. Ma un’altra coda davanti al suo ambulatorio, da aggiungere a quelle per pane, tè e zucchero, non è allettante. Francamente, ne abbiamo abbastanza di stare seduti per ore a lamentarci senza ricavarne nulla.

In mezzo a tutto questo, molti hanno stretto un patto con se stessi: “Affronterò i miei problemi psicologici domani, quando la situazione migliorerà”. Qui non abbiamo il lusso di crollare.

Conclusione

Ho ideato questi termini per descrivere le condizioni eccezionali vissute dal popolo siriano, ma spero che scompaiano insieme a tutte queste circostanze dolorose e a questi programmi inutili. Fino ad allora, spero che l’articolo abbia illuminato l’amara realtà siriana e aiutato chi vive fuori a comprenderla.