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L’Organizzazione mondiale della sanità tra le vittime del Covid-19? — di Khalid Mansour

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Archivio recuperato. Date, età, incarichi e annunci si riferiscono alla pubblicazione originale, non a un aggiornamento attuale.

Khalid Mansour interroga il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità nella crisi del Covid-19 e il fragile presupposto che organismi come l’OMS siano davvero indipendenti. Li descrive come campi di battaglia tra governi e terreni di scontro tra grandi donatori. Crescono le critiche, dalla leadership americana all’“uomo della strada”, per il loro “fallimento” nel trovare soluzioni efficaci a conflitti, povertà e malattie. Il compito principale dell’OMS in questa crisi è diventato fornire aiuti d’emergenza e palliativi, emanare comunicati ed esprimere preoccupazione, talvolta profonda. Si impone una domanda: le organizzazioni ONU non sono ormai fuori dal loro tempo? Nate dopo la Seconda guerra mondiale, quasi ottant’anni fa, non sarebbe opportuno pensionarle prima di una morte imminente?

Khalid Mansour, giornalista e scrittore egiziano, si occupa di diritti umani. Ha lavorato come giornalista in Egitto, Sudafrica e America e presso le Nazioni Unite, scrivendo di aree di conflitto come Afghanistan, Libano, Iraq e Sudan. Questo articolo è apparso originariamente su Daraj.

Khalid Mansour

Dopo qualche mese di lavoro alle Nazioni Unite, una sera d’estate mi lamentavo con un amico nella foresteria del personale internazionale a Kabul. Bevevamo in giardino dopo cena e mi lasciai andare, descrivendo l’incapacità dell’organizzazione di opporsi ai talebani da una parte e ai donatori americani ed europei dall’altra, e quanto abbellissimo quella realtà desolante nelle conferenze stampa e nei rapporti annuali.

“Semplicemente mentiamo per ottenere più denaro per programmi che non credo mantengano le nostre promesse. Non diamo informazioni false, non mentiamo in quel senso: mentiamo perché non diciamo tutta la verità e nascondiamo metà della realtà”, dissi con amarezza. L’uomo esperto, entrato in questo campo vent’anni prima di me, concordò. Poi rise: “Non abbiamo un’alternativa migliore. Gran parte di quello che diciamo pubblicamente o cerchiamo di realizzare sul terreno esprime una speranza e un sogno ai quali dobbiamo continuare ad aggrapparci. Il crollo di queste organizzazioni ci lascerebbe soltanto una delusione amara e una disperazione profonda”.

Ora, vent’anni dopo quella conversazione, non sono più sicuro che avesse ragione.

Di solito le questioni sull’efficacia delle organizzazioni ONU non arrivano al centro dell’attenzione mondiale, normalmente dispersa, soprattutto durante una crisi globale senza precedenti come la pandemia attuale. Ma il capofila del coro dei pagliacci della politica, che ricopre anche la carica di presidente degli Stati Uniti, ha deciso di attaccare l’OMS. Ci siamo così ritrovati a discutere della debolezza e del fallimento delle organizzazioni ONU, della necessità di cambiarne dirigenti e regolamenti, o persino di liberarci di questo mal di testa ricorrente chiudendole tutte.

Le organizzazioni sono davvero indipendenti?

Oggi affrontano diverse sfide che hanno contribuito a creare, esagerando il proprio ruolo, la sua importanza e la capacità di cambiare la realtà umana. Persiste inoltre il fragile presupposto che siano indipendenti, anziché ciò che sono realmente: arene di conflitto tra governi e di contesa tra grandi donatori, Stati e istituzioni. Su questa base crescono le critiche, da Trump all’“uomo della strada”, per il loro “fallimento” nel risolvere conflitti, povertà e malattie. Il loro lavoro principale è diventato distribuire aiuti e palliativi, emanare comunicati ed esprimere preoccupazione, a volte profonda. E torna la domanda: le organizzazioni ONU non sono fuori dal loro tempo? Nate per il mondo sorto dopo la Seconda guerra mondiale, ormai quasi ottantenni, non meritano la pensione prima di una morte imminente?

È una critica fondata, ma chiuderle non è una soluzione, non ancora! Né questa possibilità è seriamente sul tavolo dei paesi che, in misura diversa, le controllano collettivamente. La domanda migliore rimane come intervenire per impedire che queste grandi istituzioni continuino a deteriorarsi, alcune invecchiando sempre più, altre vedendo persino dimenticato il proprio nome. Non c’è strada se non la riforma, a meno che sia già in corso, a nostra insaputa, una rivoluzione internazionale pronta a riorganizzare i rapporti tra Stati, precisare l’applicazione del diritto internazionale e imporne il rispetto con tribunali internazionali e forze armate globali!

L’OMS e la sua risposta al Covid-19 dalla fine dello scorso anno mostrano chiaramente questa realtà complessa. L’organizzazione risponde all’Assemblea mondiale della sanità, composta dai delegati dei 194 governi firmatari della sua costituzione. L’Assemblea svolge pochi compiti, soprattutto eleggere il direttore generale e approvare il bilancio annuale, assistita da un organo esecutivo di 34 membri eletti periodicamente dagli Stati. Le capacità dell’OMS dipendono dalla volontà dei membri: non può imporre misure specifiche. Può dichiarare un’emergenza sanitaria mondiale, come ha fatto cinque volte negli ultimi dieci anni, l’ultima poco tempo fa. Ma ciò non le dà il potere di chiudere le frontiere, imporre il coprifuoco o destinare miliardi alla ricerca contro la catastrofe. Tutto questo dipende da governi e grandi imprese.

Le organizzazioni di fronte ai governi

Il problema, in ultima analisi, non è la manipolazione delle organizzazioni internazionali, OMS compresa, da parte della Cina o degli Stati Uniti. È l’intero sistema a basarsi su tale manipolazione da parte dei membri, entro regole relativamente elastiche. Soltanto norme e pratiche migliori, fondate su trasparenza e responsabilità democratica, possono ridurla. Nemmeno questo, però, trasformerà l’OMS in un ministero mondiale della sanità finché gli attori principali rimarranno Stati e governi, non le organizzazioni internazionali.

Le organizzazioni ONU hanno, per esempio, organizzato con successo la decolonizzazione di diversi paesi, uniformato le norme sulle telecomunicazioni e il commercio, progettato e contribuito a realizzare campagne vaccinali mondiali che hanno eliminato epidemie, tra cui vaiolo e peste, e si avvicinano rapidamente all’eradicazione della poliomielite. Hanno però fallito nel contenere i conflitti, costruire la pace, ridurre povertà e disuguaglianza e consolidare il rispetto dei diritti umani.

Prima della tempesta trumpiana contro l’OMS, il direttore generale ed ex ministro degli Esteri etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus aveva espresso forte delusione per il comportamento dei grandi governi durante la pandemia. I giornalisti insistettero con lui e con il responsabile della squadra Covid-19, il medico irlandese Mike Ryan, perché ne facessero i nomi; forse la Cina era tra questi. Ryan rispose soltanto: “Quei paesi sanno chi sono. Noi invece, come sapete, non possiamo criticare gli Stati membri”.

Chi ha letto un po’ di storia conosce le circostanze della nascita degli organismi ONU: quelli politici, come Consiglio di sicurezza e Segretariato; quelli economici e finanziari, come Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Organizzazione mondiale del commercio; e il terzo gruppo di fondi, programmi e organizzazioni per salute, alimentazione, alloggio, catastrofi naturali e conflitti. Molti ci assillano dicendo che le circostanze sono cambiate dagli anni Quaranta, ma non queste organizzazioni. Non è vero: anch’esse sono cambiate ed evolute, riflettendo infine un equilibrio tra la distribuzione del potere mondiale, sistemi di valori in conflitto e interpretazioni contrastanti del diritto internazionale. Tutto ciò lascia spazio per influenzarle e trasformarle. Come sosteneva il mio amico esperto in quella piacevole notte a Kabul, pochi mesi prima che vi piovessero missili americani dopo l’11 settembre, la riforma resta migliore della disperazione e del prendere a martellate queste organizzazioni.

7 giugno 2020.