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Gli ultimi mesi ci hanno insegnato molto: sui virus e sulla vulnerabilità degli ecosistemi che abbiamo creato, sull’illusione del controllo umano sulla natura, sulle carenze dei nostri sistemi sanitari pubblici e su come affrontarle. Abbiamo anche imparato che, nonostante la crescente polarizzazione della nostra società, esiste molta solidarietà umana, che dovremmo custodire e alimentare.
«Semplicemente esseri umani»
Subito dopo l’inizio del cosiddetto «lockdown intelligente» nei Paesi Bassi, sono emersi segnali di solidarietà che scaldano il cuore. Vicini che fanno la spesa gli uni per gli altri. Artisti che suonano davanti alle case di riposo. Volontari che riparano e distribuiscono computer portatili ai bambini delle famiglie più povere, perché possano fare i compiti a casa. Nel mio quartiere della cittadina di Houten ci siamo organizzati con alcuni vicini per prenderci cura insieme dei rispettivi figli, riuscendo così a conciliare famiglia e lavoro mentre scuole e servizi per l’infanzia erano chiusi.
Questi gesti e queste azioni si sono svolti soprattutto a livello locale, dove le persone interagiscono come esseri umani e condividono attività e abitudini quotidiane. È questo legame umano, presente e fisico, a rendere più facile la solidarietà con gli altri. Uno dei principali siti olandesi per far incontrare richieste e offerte di aiuto durante il Covid si chiamava «Semplicemente esseri umani» (gewoon mensen).
Stereotipi e caricature
La solidarietà oltre i nostri confini, però, è un’altra storia e si rivela molto più difficile. Il governo olandese è un orgoglioso membro dei «quattro frugali»: una strana combinazione di quattro paesi dell’UE — Austria, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi — che si oppongono al piano europeo di ripresa per rimediare ai danni sociali ed economici del dopo Covid, soprattutto negli Stati membri del Sud. Sebbene i Paesi Bassi siano tra i fondatori delle Comunità europee e la nostra economia sia strettamente legata al commercio europeo e mondiale, nella società è diffuso un sentimento contrario a un ulteriore trasferimento di denaro a paesi come Italia e Spagna.
Perché questa mancanza di solidarietà oltre confine? Probabilmente perché si tratta di solidarietà verso governi, istituzioni e Stati membri, non direttamente verso esseri umani reali con cui possiamo interagire. E se cerchiamo di immaginare gli italiani e gli spagnoli che hanno tanto sofferto per economie in difficoltà e sistemi sanitari sovraccarichi, tendiamo a ricorrere a stereotipi e caricature dei pigri europei del Sud, talvolta alimentati dai media populisti.
Per poter mostrare solidarietà e agire di conseguenza, dobbiamo quindi vedere «l’altro» come un nostro simile.
Ecco perché la solidarietà è sbocciata in modo così impressionante nelle strade, nei quartieri e nei villaggi olandesi. Ma, nello stesso tempo, il Covid ci ha mostrato che è possibile creare legami umani anche attraverso gli schermi dei computer e a grande distanza. Le imponenti manifestazioni del movimento Black Lives Matter, anche nei Paesi Bassi, hanno dimostrato che si può provare empatia per esseri umani dall’altra parte del mondo.
Una dignitosa umana compassione
Soprattutto quando parliamo dei bambini nei campi profughi.
La settimana scorsa dodici autorevoli cittadini olandesi, che erano stati essi stessi bambini profughi durante la Seconda guerra mondiale, hanno scritto una lettera aperta al governo olandese. Hanno rivolto un appello commosso affinché si permetta a 500 bambini dei campi profughi greci di venire nei Paesi Bassi, sottolineando che ciò che ci viene chiesto è «semplicemente empatia e una dignitosa umana compassione». Oltre cento comuni olandesi hanno espresso la disponibilità ad accogliere questi bambini e a prendersi cura del loro benessere. Tra gli olandesi esistono empatia e solidarietà verso questi piccoli, fuggiti da paesi devastati dalla guerra e ora bloccati in condizioni durissime. Purtroppo i politici olandesi non sono ancora pronti ad agire di conseguenza e continuano a rifiutare l’accoglienza di alcuni di loro.
Vorrei però concludere con una nota positiva: abbiamo imparato che, se ci mettiamo in relazione sul piano umano, se guardiamo oltre gli stereotipi e le cornici populiste della politica e dei media, troviamo l’empatia e la solidarietà tanto necessarie nei momenti di crisi. Per questo servono storie umane, narrazioni di chi siamo, di ciò che condividiamo e di come sarà il nostro destino comune. Non soltanto nei quartieri in cui viviamo, ma anche a livello globale.
14 luglio 2020.
Mark Snijder è scrittore, redattore e ricercatore sui giovani e sul settore giovanile nei Paesi Bassi e nella regione MENA. Socio di Maydan, ama districare la complessità e crede profondamente in un unico destino euromediterraneo.
Foto di Shane Aldendorff.




